Juan Eduardo Zúñiga

Zúñiga Juan Eduardo Zúñiga (Madrid, 1919) è cresciuto in anni difficili, con studi irregolari, alternando in seguito vari impieghi con l'attività di commentatore e traduttore di testi russi, bulgari e portoghesi. Pur avendo pubblicato ai propri esordi un romanzo di concezione allegorico-poetica e d'ambiente ellenico, El coral y las aguas (1962), passato inosservato in piena auge del neorealismo, Zúñiga concentra la propria produzione narrativa in alcune splendide raccolte di racconti. Andando controcorrente rispetto all'amnesia storica diffusasi tra gli intellettuali spagnoli in epoca di democrazia e benessere, ha cercato di lasciare testimonianza di una città - la sua Madrid - e di quanti, tra i suoi abitanti, rimasero sepolti sotto le macerie della sconfitta e, feriti e braccati, si mantennero umani, possibili, persino liberi. Largo noviembre de Madrid (1980) ha per scenario allucinato e disperante la capitale assediata durante la guerra civile, lontano dal fronte e dall'epicità della tragedia, alle prese con la fame e i tradimenti spiccioli, le angustie private e la ricerca di un'impossibile normalità o addirittura di un po' di gioia in mezzo alle rovine. La tierra será un paraíso (1989; trad. it. La terra sarà un paradiso, Biblioteca del Vascello, Roma 1994) descrive invece il dopoguerra dei vinti, semiclandestini e disorientati, che sommessamente continuano la propria esistenza nel mondo dei trionfatori, avvertendo il brivido d'essere sopravvissuti a un'enorme distruzione o sentendo irrimediabilmente tarpate le ali di una giovinezza che avrebbero voluto ben diversa. Eppure, tra cedimenti e confusione, dalla crepe della tragedia rispunta stentato quanto caparbio il fiore della resistenza, nel buio qualcuno riesce a mantenere accesa la fiamma della dignità, a rischiarare le possibili riserve di sogno e riscatto.
Autore di un denso studio su Turgenev, Zúñiga ha riunito le proprie romantiche reinterpretazioni di scrittori e paesaggi russi nel volume El anillo de Pushkin (1983; L'anello di Puskin, Biblioteca del Vascello, Roma 1994).
Zúñiga Lo stesso lirismo nevoso e orientale pervade i quaranta racconti brevi dei Misterios de las noches y los días (1992), situati quasi sempre in una città simile alla San Pietroburgo del secolo scorso, in cui la realtà ordinaria è invasa dalle nebbie di presenze fantasmali che s'aprono il varco attraverso fessure minime del ricordo, dell'afflizione, dell'incredulità o della nostalgia. Al di là però dell'omaggio letterario al fantastico di tipo ottocentesco (non mancano suggestioni che rimandano ai maestri del genere, come Hoffmann, Bécquer, Villiers, Poe), sempre immune dal manierismo, l'omogenea serie di racconti vive di un sentimento che la permea interamente: una profonda tristezza per l'oblio che tutto cancella, per l'amore di cui non resta traccia, per la morte che avviluppa e avvelena ogni vita. Anche quando si valicano le frontiere del tempo o della tomba è appena per un sussulto di percezione e dunque di sofferenza. E questo dialogo impossibile con la dissoluzione, così facile da far scadere nel patetico, è condotto in un tono quasi confidenziale, in uno stile depurato, dove il lavoro di cesello, tipico di Zúñiga, tende non già alla decorazione, ma alla massima pulizia, a una prosa diafana e implacabile, che in forza della sua disarmante essenzialità può accennare al mistero delle cose ultime servendosi di elementi anonimi e simboli semplici.
L'ultima raccolta di Zúñiga, Flores de plomo (1999) s'incentra sul suicidio dello scrittore romantico Larra, i cui molteplici echi arrivano fino al suicidio, quasi un secolo dopo, di un altro autore osannato dal pubblico, il romanziere galante socialista Felipe Trigo.


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