Ermanno Stradelli
Ermanno Stradelli è il più importante esploratore italiano dell'Amazzonia. Nato
nel 1852 a
Borgotaro (Parma) in una famiglia nobile da cui eredita il titolo di conte, studia nel collegio
Santa Caterina di Pisa, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di quell'ateneo e
compone versi,
ma ben presto si dedica per conto proprio a studi di etnologia, topografia, farmacologia e
omeopatia, botanica e zoologia, fotografia, portoghese e spagnolo, tutto quanto cioè gli
è
necessario per realizzare il suo sogno di diventare esploratore e geografo. Nel 1879, a sue
spese, si reca in Brasile, arrivando a Manaus, base delle sue spedizioni in vari punti
dell'Amazzonia. Visita la regione del Vaupés una prima volta nel 1881 e di nuovo nel 1882,
quando risale il Vaupés fino a Yavaraté e il Papurí fino a Piracuara. Rientra in Italia nel
1884 per terminare rapidamente gli studi universitari di diritto ed esercita per qualche tempo
a Genova. Ma l'innamoramento per la selva è sempre forte: nel 1885 pubblica a Piacenza Eiara,
poemetto ispirato a una leggenda indigena, e la traduzione dal portoghese del romantico poema
epico indigenista La confederazione dei Tamoi, di D. J. Gonçalves Magalhães.
Nel 1887 si imbarca nuovamente, stavolta per il Venezuela, con l'ambizioso proposito di
individuare le sorgenti dell'Orinoco. A Caracas viene accolto dal presidente Guzmán Blanco e
apprende che il francese Chaffanjon afferma di essere arrivato alla sua meta l'anno precedente.
Dubitando di tale scoperta, decide di compiere comunque la traversata fino a Manaus. Nel 1890 è
di nuovo nel Vaupés, spingendosi nel 1891 fino alle cascate di Yuruparí. E invia le dense
relazioni intorno ai suoi viaggi, dallo stile sobrio ma incisivo, al "Bollettino della
Società Geografica Italiana", che patrocina le sue ricerche. Escono così le sue opere
principali: Un viaggio nell'Alto Orenoco nel 1888, Rio Branco e Dal Cucuhy a Manaos nel
1889, L'Uaupés e gli Uaupés, la Leggenda dell'Jurupary nel 1890 e Iscrizioni indigene
della regione dell'Uaupés nel 1900.
Nel 1893 si naturalizza brasiliano, convalida il proprio titolo di studio e prende ad
esercitare l'avvocatura a Manaus. Nel 1897 compie un breve viaggio in Italia con il
proposito di fondare una compagnia italo-brasiliana nel settore della gomma, ma non
ha successo e ritorna subito in Amazzonia. Pubblica ancora brevi dizionari di lingue
indigene, redige carte geografiche, raccoglie leggende. Ottiene già nel 1895 un incarico
pubblico che esercita fino al 1923 quando va in pensione e su insistenza della famiglia
pensa a rimpatriare. Gli viene però diagnosticata la lebbra e vive così gli ultimi anni
in un lebbrosario presso Manaus in compagnia di mappe, manoscritti e ricordi, fino alla
morte avvenuta nel 1926. Esce postuma sulla "Revista do Instituto Histórico Geográfico
Brasileiro" di Rio de Janeiro, nel 1929, la sua opera più estesa, i Vocabulários
portoghese-nheêngatú, monumentale raccolta di osservazioni su ogni aspetto della
cultura indigena amazzonica attraverso la língua geral del gruppo tupí, utilizzata
nel XIX secolo e agli inizi del XX come lingua franca e viva ancora oggi nella
toponomastica e in molti termini passati allo spagnolo o portoghese locali.
Stradelli era conosciuto e stimato dai nativi del Vaupés, che lo chiamavano "Il conte" e
gli attribuivano persino poteri magici, forse per via degli strumenti scientifici (come il
microscopio capace di ingigantire un pidocchio) e dell'apparecchiatura fotografica
(purtroppo il suo tesoro di cliché si è rovinato e quelle immagini sono andate perdute).
Nei suoi scritti è scrupoloso e obiettivo quanto serenamente brillante nel narrare, e
soprattutto si mostra privo di pregiudizi eurocentrici e animato da un enorme rispetto
per le culture indigene. Pronto a condividere esperienze con i suoi ospiti, era tra i
pochissimi bianchi cui fosse permesso percorrere liberamente la zona. Guardava con
preoccupazione i metodi presuntamente civilizzatori dei bianchi (militari, commercianti,
evangelizzatori) e considerava una grave sventura la scomparsa dei popoli indigeni e
l'annientamento del loro modo di vivere e interpretare il mondo.
Nel 1883, i francescani italiani Coppi e Canioni scatenano nel Vaupés una rivolta indigena
che blocca l'attività missionaria nella regione per molti anni. Profanano infatti dal
pulpito della loro chiesa di Ipanoré il culto indigeno di Yuruparí, che equiparano al
diavolo, e sono costretti alla fuga. Per Stradelli l'idea che quelle credenze e cerimonie
tradizionali, di cui aveva già avuto notizia, fossero una sorta di religione demoniaca è
un'esagerazione di Coppi, prevenuto contro tutto quanto usciva dall'orbita cristiana.
Per verificare questa sua intuizione, Stradelli comincia a indagare su quel mito e ha
la fortuna di poter trascrivere in italiano la versione della leggenda fornitagli in língua
geral dall'amico Maximiano José Roberto, saggio capo indigeno discendente da capi Manaos
e Tariana, il quale aveva ordinato criticamente gli apporti di vari altri indigeni.
Da tale pregevolissimo documento etnografico e letterario esce una figura di Yuruparí
antico eroe legislatore, né malefico tentatore né destinatario di preghiere o sacrifici,
bensì protagonista di una saga amazzonica e maestro di costumi ritualizzati in feste
collettive. Poiché il manoscritto originale è andato perduto, questo ciclo mitologico
fondamentale si studia in America Latina partendo dal testo italiano di Stradelli, che
è stato ripubblicato in calce al volume di Danilo Manera Yuruparí. I flauti
dell'anaconda celeste (Feltrinelli Traveller 1999).
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