| LUIS MARTÍN-SANTOS
"Tempo di silenzio" Feltrinelli, 1995 | ||
Madrid, 1949: nella Spagna misera e impaurita del periodo più buio del franchismo, un giovane ricercatore rimane senza cavie cancerose e si reca in una stamberga di periferia dove un paio di ragazzine ne allevano in grembo una nidiata. Comincia così un periplo segnato da due crimini, che gli fa attraversare, senza riprendere fiato né smettere di tormentarsi la coscienza, ubriaco d'istinto o d'intelletto, i gironi di un paese mostruoso: dal sottoproletariato animalesco delle baraccopoli alla borghesia di regime coi suoi farseschi riti autocelebrativi, dagli insulsi caffé letterari al gineceo di una deprimente pensioncina, dai bordelli alle sagre popolari, dalle prigioni ai cimiteri. Con sarcasmo al vetriolo, amara vergogna e una prosa sensitiva che supera le strettoie neoreliste dispiegando rigogliosi mezzi retorici e linguistici, l'autore - lo psichiatra Luis Martín Santos (1924-1964) - viviseziona una società marcia dove tutti sono colpevoli, complici o codardi e un residuo di bontà quasi preistorica traluce solo nel personaggio più umile e sventurato. Il suo microscopio si fa caleidoscopio: scompone, sovrappone, enumera in una irrefrenabile mitosi stilistica retta dall'ironia. La questione biologica si sposta dai topi alla vita della nazione in cui Cervantes dovette finger folle Don Chisciotte per non impazzire lui: la malattia è ereditaria o virale e dunque estirpabile? Il protagonista cede ingloriosamente, si umilia e sprofonda nella mediocrità, nell'apatia e nel silenzio. Invece questo libro, costruito su un impianto sartriano e condotto con goyesca asprezza e joyciana audacia, risuona come un vitale grido d’orgoglio e libertà contro ogni potere che blandisce e castra, splendendo tra i capolavori assoluti della narrativa spagnola. | ||
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