Manuel Rivas, emigrante senza cellulare

Rivas in Feltrinelli

Manuel Rivas (La Coruña, 1957) narratore, poeta e giornalista, è la figura di maggior spicco e proiezione internazionale della giovane letteratura galega. Le sue narrazioni sono tutte tradotte in castigliano e in parte in catalano e spesso premiate con riconoscimenti prestigiosi. Ha avuto un grande successo con O lapis do carpinteiro (1998; trad. it. Il lapis del falegname, Feltrinelli, Milano 2000), un romanzo perfettamente orchestrato, che mette di fronte una vittima eroica, l'altruista dottor Daniel Da Barca, coraggioso e limpido simbolo della Spagna antifranchista, libera e degna anche se prigioniera, e un carceriere uscito dalle file dei vincitori della guerra civile, Herbal, meschino e brutale, eppure segnato dall'ammirazione per il nemico e roso dalla propria coscienza, che gli parla con la voce di un pittore anarchico da lui assassinato, attraverso il lapis rosso passato dall'orecchio dell'uno a quello dell'altro. Herbal rammenta molti anni dopo, in un bar-postribolo, e racconta a una delle ragazze del mestiere, regalandole alla fine il lapis, in una notte galega piena di pioggia e di vento, dopo aver letto su un giornale il necrologio del dottore. È riuscitissima la scelta di affidare quegli anni duri alla narrazione di un secondino boia, disposto ad ammettere che l'antagonista e la sua fedele compagna Marisa Mallo, capace di un amore assoluto nonostante la separazione, sono in fondo quanto di meglio gli abbia riservato la vita.

Ma il plauso di critica e pubblico accompagna Rivas fin dal suo esordio nel 1989 con Un millón de vacas (Un milione di mucche), titolo tratto da una raccolta surrealista di García Lorca per raggruppare brevi racconti e pagine di prosa poetico-sperimentale (provenienti da tre precedenti opere giovanili), che sono stati visti come scene di costume antipittoresche di una landa di frontiera, ironica metafora del Villaggio Globale.

Il suo primo romanzo è del 1991, Os comedores de patacas (I mangiatori di patate). Rimanda nel titolo a un inquietante quadro di Van Gogh e ha come protagonista un adolescente, Sam, che si è rotto una gamba per una smargiassata con l'auto d'un amico, finito in coma. Sam non è solo, ma i membri della sua famiglia gli paiono marziani: una madre smunta e triste e un fratello ventiseienne poliziotto. La storia si apre all'ospedale dove rattoppano il ragazzo, il quale più che altro sente la mancanza delle "Registrazioni sentimentali", cassette tematiche che il suo deejay radiofonico preferito, di nome Help, regala ai fan più fedeli. Ma quando alla fine riesce a telefonare a Help, è solo per sentirsi dire che la trasmissione è finita. Sam guarda la TV con uno zapping costante e gli auricolari del walkman a tutto volume, fondendo le trame (o meglio il confuso frullato) di quel che esce dallo schermo con la realtà. Inoltre si fa di "roba" e pertanto è indebitato con un boss degli spacciatori. Di solito paga rubacchiando in casa, ma quando esce dall'ospedale fa sparire l'anello nuziale della madre, che va in tilt e chiama il fratello sbirro Nico, il quale accorre per raddrizzare il moccioso. Innanzitutto lo porta in commissariato, dove gli fa spiegare i meccanismi e segnali convenuti per arrivare ai depositi di droga. Sam li spiattella, ma mentre si recano sul luogo riesce con una scusa ad avvertire in tempo i narcotrafficanti. Così la polizia trova un quantitativo di "roba", ma non acciuffa nessuno. Nico decide allora di portare Sam dalla nonna, nel paesello galego di Aita. Zoppicando, Sam ritrova lì brandelli della sua infanzia, in una sequenza di scenette gustosissime, dove la favola si graffia di postmoderno e il bucolico è rosicchiato dal vetriolo del mondo a riferimenti fatui proprio dell'adolescenza standard contemporanea. Alla fine Sam continua a prendere "roba" in solaio, girando le manopole di una vecchia radio e dialogando con un diavolo in frac (che confonde con Help), fio a che Nico sale in solaio e lo trova delirante. Poco dopo la nonna muore, la casa di Aita viene chiusa e Sam torna in città.
A scrivere il testo sono gli occhi del protagonista, che funziona come una macchina fotografica senza otturatore: esprime senza filtri quello che vede o gli passa per la testa. La sua vita è un disastro, il suo linguaggio limitatissimo, i suoi livelli di comunicazione con gli altri (anche quelli che ama) risultano pressoché nulli. Eppure cerca di scovare ugualmente un po' di senso nel caos che lo circonda. Rivas considera tale scrittura sensoriale, che scorre come sangue nelle vene, ben vicina alla percezione del nostro tempo e ai suoi inciampi comunicativi.

Nel 1993 Rivas ha dato alle stampe il romanzo En salvaxe compaña (In selvaggia compagnia), costruito su un vasto intreccio di vicende e piani e scritto in uno stile che alterna una misurata quanto intensa poeticità con un altrettanto sobrio e incisivo realismo. L'asse portante è il personaggio di Rosa, che s'intravede da bambina e poi si segue in età adulta, con figli e marito, fino al momento in cui la famigliola lascia l'isolato paesello di Arán per trasferirsi in città, a La Coruña. Rosa fa spesso visita alla signora Misia, ultima discendente della casata nobiliare del luogo, che le racconta episodi della sua vita, in particolare i suoi amori. Terminate le proprie memorie, l'anziana signora regala alla giovane un cofanetto di gioielli e, tempo dopo, viene ritrovata morta in cortile, in mezzo al gregge agonizzante, mentre sulle vetuste pareti del palazzotto di campagna si fanno sempre più evidenti i segni della rovina. Tra le muschiose pietre di quel modesto castello, nelle cantine polverose e nelle dispense vuote, trovano rifugio in forma di piccoli animali le anime di quelli che in altre epoche furono gli abitanti del paese, in particolare i due topi Don Xil, già parroco di Arán, e il bracconiere Matacáns, intenti a rodere - sia pur a malincuore - le pagine dei pochi libri e giornali rimasti, scolarsi i rimasugli di moscatello o rubare uova dai nidi. I capitoli in cui il punto di vista passa ad essere quello immaginifico di tali creature costituiscono un riuscito contrappunto alle pagine più classicamente realistiche. Vi campeggiano i trecento corvi di Xallas che, secondo una leggenda, accompagnano il re di Galizia nel suo viaggio controvento per i cieli piovosi delle brughiere e coste galeghe (il titolo del romanzo è tratto da una citazione del poeta galego Eduardo Pondal). Attraverso gli occhi di tali creature vengono descritti o integrati gli avvenimenti raccontati dal narratore esterno o dalle altre voci.

Rivas e Manera Nel 1996 è uscita la raccolta di racconti ¿Que me queres amor? (Che vuoi da me, amore?), che ha segnato la definitiva affermazione di Rivas, mentre da uno dei racconti, A lingua das bolboretas, è stato tratto un bel film per la regia di José Luis Cuerda, La lengua de las mariposas. Il titolo, tratto da una poesia medievale galega, è applicato al primo racconto, la lacerante storia di un ragazzino che s'improvvisa svaligiatore di banche con un giocattolo (e ci lascia le penne) per impressionare una ragazza che lavora in un supermercato e non gli fa caso. In La lingua delle farfalle c'è uno scolaro che scopre la conoscenza attraverso una straordinaria figura di anziano maestro rurale, eppure non esiterà a tradirlo, sopraggiunta la guerra civile, quando il maestro viene deportato come sovversivo e lui, spinto dalla madre, scaglierà pietre contro i "rossi", come gli altri bambini. O míster & Iron Maiden parla di un difficile rapporto tra padre e figlio: comincia con una discussione sul calcio e finisce con una tragedia in mare. O inmenso camposanto da Habana (L'immenso camposanto dell'Avana) ha per protagonista lo zio Amaro, specialista in morti apparenti da cui risorge pettinato e profumato. Offre da bere a chiunque gli ricordi il cimitero cubano dove ha lavorato, pentendosi ogni volta d'aver lasciato L'Avana solo perché qualcuno gli aveva detto che la rivoluzione castrista gli avrebbe tolto il suo dente d'oro. Finché un giorno lo zio non ce la fa a tornare dalla sua ennesima morte, e il dente passa al nipotino, che racconta. Conga, conga è l'agghiacciante storia di un pagliaccio di quelli che si chiamano per le feste di compleanno infantili. L'animatore rischia la pelle per la crudeltà di un bambino che lo chiude nella serra dove vive un caimano. Unha flor branca para os morcegos (Un fiore bianco per i pipistrelli) è un piccolo perfetto noir su un poliziotto anticontrabbando che dà la caccia ai narcotrafficanti della costa galega. Il boss locale, Don, riesce a farlo trasferire a un altro, innocuo servizio. Ma una sera si presenta in commissariato da lui una vecchietta convinta che il cattivo di una telenovela la voglia uccidere. Il poliziotto le dà spago e viene così a scoprire che si tratta proprio della madre (trascurata) di Don. La riporta dal figlio boss, prendendosi per una volta una minuscola rivincita.

Nel 1999 torna la stessa ispirazione nella raccolta Ela, maldita alma (Lei, maledetta anima; il racconto omonimo è una variazione sul tema della Regenta di Clarín), che offre splendide storie rurali e marinare, come A vella raíña alza o voo (La vecchia regina prende il volo), su due compaesani amici da bambini e nemici per tutta la vita, che muoiono insieme, oppure O'Mero, dove il protagonista racconta al medico una complicata storia di tradimento in Madagascar per spiegare la malattia della moglie, e il medico abbocca, finché il taverniere del posto non gli dice che O'Mero non è mai stato in mare. A traxectoria do balón (La traiettoria del pallone) racconta l'avventura di un bambino che per seguire la palla che gli è sfuggita conosce una vecchia folle che colleziona pezzi di bambole trovate nella spazzatura. O loro da Güaira (Il pappagallo di La Guaira) parla di un emigrante che lavora come cliente-richiamo di un ristorante, quelli che mangiano presso la vetrata per attirare avventori. E quando faceva il muratore aveva un compagno di stanza il cui pappagallo chiamava sempre una tale Merceditas. Anche al suo paese d'origine c'era una ragazza con quel nome e l'emigrante, appena può tornare, va a cercarla, come per un'ispirazione. Ma scopre che è appena partita anche lei per l'America.

Nel 2000 Rivas pubblica l'insolito volume A man dos paíños (La mano dei paíños), composto da elementi eterogenei: un racconto lungo (che dà il titolo al tutto) e un reportage giornalistico, intitolato Os náufragos, divisi da una serie di 24 immagini in bianco e nero, una sorta di narrazione fotografica chiamata O álbum furtivo, ripreso da sei cartoline allegate al libro. Infine, la copertina rappresenta una busta affrancata proveniente dall'Inghilterra. È un oggetto che supera in complessità sia la miscela delle prove giovanili di Rivas, sia la matita rossa da falegname acclusa alla confezione di O lapis do carpinteiro.

I paíños sono piccoli uccelli d'alto mare, neri con chiazze bianche, considerati l'ultima compagnia dei marinai, che compaiono tatuati tra il pollice e l'indice di Castro, un personaggio fondamentale del racconto, incentrato su due galeghi emigrati a Londra e già avanti negli anni, entrambi barellieri in un ospedale. Hanno un incidente stradale su un taxi mentre si recano all'aeroporto per una visita alla terra natale. Castro muore e sopravvive solo la voce narrante. Quando si riprende, va a trovare la madre dell'altro, su un costa galega. Viene così a sapere, a sprazzi, qualcosa del passato dell'amico: il padre Albino costretto a nascondersi in una grotta durante la guerra civile e il franchismo, perché un maresciallo gliel'aveva giurata; la sorellina Sira morta in mare senza che il fratello riuscisse a salvarla; il lavoro da marinaio sulle navi frigorifero… Ricompone in questo modo un quadro di Castro che gli permette infine di comprendere le stramberie, gli sproloqui e le tristezze del compagno dalla mano tatuata, che giocava a freccette nel pub "Old Crow" guardando di traverso quelli che si sperticavano in nostalgiche lodi della patria lontana e maledivano il paese che li aveva accolti. Anche il testo giornalistico ha un piglio decisamente narrativo ed è composto da incontri con marinai galeghi sopravvissuti a naufragi. Tra il racconto e le foto l'elemento unificante è l'ambiente della colonia galega a Londra, mentre quello marinaresco, dominante nel reportage, rimanda a uno dei mestieri di Castro e alla sua casa paterna di Visma, in riva al mare presso La Coruña, zona ritratta in cinque delle foto.

L'ultima opera di Rivas finora uscita è As chamadas perdidas (Le chiamate perdute), del 2002, una raccolta di penetrante umanità e coinvolgente delicatezza espressiva, composta da racconti di lunghezza decrescente: i primi sono abbastanza corposi, quelli di mezzo più brevi e verso la fine brevissimi. Il variare delle dimensioni cambia il respiro: nei primi testi si fa in tempo ad entrare nel personaggio centrale, a sentire ben distinta l'eco della sua voce in noi; nelle poche o pochissime pagine dei racconti successivi, invece, il baricentro sta nel quadro ben disegnato, in un lampo ad effetto, in uno sguardo sorprendente sul quotidiano. Quasi tutti i testi sono ambientati in una Galizia che potrebbe essere qualunque regione europea o anche d'altre latitudini.

I riassunti secchi non danno ragione della capacità d'affabulazione di Rivas, sommessa e possente insieme, mai gridata e mai gracile. Nós os dous è la storia dell'amicizia tra due ragazzi di provincia molto diversi tra loro: uno estroverso e vincente, l'altro introverso e perdente, amicizia che si forgia nel furto di ciliegie, nella visita a un bordello, nella sala da ballo, nei viaggi in vespa verso La Coruña. O heroe mette in scena un esiliato che ritorna per lottare contro il franchismo ed è ospitato a casa di un ex legionario franchista ora passato all'opposizione. Il primo, soprannominato "Lanzarote", è bello, colto e di illustre famiglia, ma sceglie il secondo, detto "Caronte", grigio e comune, per un atto d'eroismo fatale: toccherà a Caronte ardere vivo per protesta davanti al dittatore che parla alla folla in una piazza di La Coruña. Tra i due c'è la moglie di Caronte, Lucía, che amoreggia neanche tanto segretamente con Lanzarote. Il giorno della grande prova però piove a dirotto e Caronte rinuncia a diventare una torcia umana, mentre Lanzarote scappa, lasciando sola Lucía. O partido de Reis descrive l'epico scontro annuale sul campo di calcio tra due bande di ragazzini di quartieri rivali di La Coruña, risolto per una volta, vista l'assenza di un titolare, da un disabile che di solito faceva il raccattapalle. O escape presenta due impiegati di diverso rango del municipio di La Coruña, entrambi innamorati di un quadro raffigurante una bellezza nuda. Pur di non toglierla dalla parete durante la visita del vescovo, la ricoprono di uno strato di fiori, che però una folata s'incarica di scompigliare, mostrando il capolavoro, che paradossalmente viene lodato dall'alto prelato. A duración do golpe narra le reazioni di un gruppo di marinai galeghi antifranchisti appena sbarcati a New York alla notizia del tentato colpo di stato del febbraio 1981, che mise a rischio la recente democrazia. Nei bar del porto rinascono ricordi e passioni nel cuore del protagonista, fino al ritorno sulla nave, che sente come la sua vera Itaca.

O amor das sombras ha per protagonista un emigrante tornato a La Coruña dall'America che, mentre passeggia con il suo cane in cerca di baccalà per la cena di Natale, si imbatte in Lorena, la donna che aveva amato tanti anni prima e che poi aveva abbandonato e perso. Si sente ancora attratto da lei, ma nell'incontro non accade nulla. Per rimediare, la notte della vigilia si reca sotto il balcone di lei con una chitarra, un pasticcio di baccalà e l'inseparabile cane. La forte pioggia lo obbliga a trovare riparo nel portone, indeciso sul da farsi. Lo vedono i figlioletti di una giovane vicina di Lorena, che impietosita fa salire il vecchio e il cane, li riscalda e li invita a cenare con loro. La donna vorrebbe avvertire Lorena, ma il vecchio implora di no con gli occhi: non se la sente. A mezzanotte il marito della giovane, elettricista di turno alla centrale, ha promesso alla famiglia un brevissimo black out come saluto. Si affacciano tutti al balcone per ammirare la città meravigliosamente buia e solo allora si apre anche la porta del balcone di Lorena.
E così via: un marinaio che grazie a una coppia d'uccelli tropicali s'accorge d'amare profondamente la moglie, un benzinaio che si congela tra rari e a volte sospetti clienti, una ragazzina che si vergogna della passione per i travestimenti dei genitori a carnevale, la sfortuna che spinge una ragazza ad emigrare e lavorare come donna delle pulizie, aspre confessioni tra giocatori di carte, un fotografo che chiede un po' di tristezza alla gente in posa per la foto di un funerale e anni dopo il morto di quel funerale bussa alla sua porta, ma se ne va prima d'aver reclamato la copia che gli spetta. Quelle di Rivas sono storie che hanno fretta anche quando tornano dall'aldilà e vanno fissate sulla pagina prima che svaniscano. Sono storie apparentemente piccole che in realtà dimostrano, come dice un personaggio, che il mondo è molto grande e ogni persona è un mistero. Sono appunto come le chiamate perdute sul cellulare, quando la vita non ti trova, e non lascia nemmeno un numero di telefono per richiamarla.

Poco rivelano dunque le trame nude qui riferite dei racconti di Rivas, che dosano con tanta candida maestria lirismo e durezza, concretezza e nebulosità, ossessioni ultramoderne e atavici dolori, con un localismo soltanto apparente, che assurge con modestia a indagine sulla condizione umana, un poco alla John Berger (e non distante dalla modalità che in Spagna seguono Atxaga e Llamazares). Fedele al suo concetto di scrittura come "cammino di frontiera tra l'attaccamento e la perdita", Rivas si sente un emigrante, "nato sul confine dei tempi, quello delle veglie davanti al camino, quando il fuoco e i merli ancora parlavano, e quello d ei telefilm", e spinto dall'inquietudine, con dentro quella lingua privatissima e periferica come unico mezzo per nominare il mondo intero. La sua formula ideale sta nel racconto breve e compiuto, come un bagaglio leggero, una storia che si può regalare tutta in un breve incontro, in un intervallo felice, e che poi riecheggia a lungo nell'anima.

Danilo Manera

(tratto da Pagine di letteratura spagnola del Novecento, 1 Collana di Studi Ispanici e Relazioni Culturali tra l'Italia e i Paesi di Lingua Spagnola, Cesena 2002).


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