| RAMÓN GÓMEZ DE LA SERNA
"Greguerías" | ||
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Ramón Gómez de la Serna (nato a Madrid nel 1888 e morto in autoesilio a Buenos
Aires nel 1963)
L’invenzione che rese "Ramón" universalmente noto, lo accompagnò per tutta la vita e ancora oggi viene associata immediatamente al suo nome è la greguería. Il termine sta per "schiamazzo", "urlio", "trambusto" o simili, ma ormai viene inteso, anche dai dizionari, a designare appunto il genere da lui creato. Si tratta di compresse d’irriverente umorismo e associazioni eccentriche che costituiscono anche un lavorio sull'immagine poetica destinato a lasciare un segno nei poeti della "generazione del ‘27", come riconoscono Luis Cernuda e Pedro Salinas. Le greguerías sono inciampi del linguaggio, fiori inusitati del quotidiano che sbocciano in mezzo all’incredulità, frantumi lasciati da uno sguardo divertito e demolitore, ghiribizzi poetici, minuscoli ma vertiginosi paradossi che esaltano l'imperfezione, l’accumulo caotico, l’intermittenza. Sono stati indicati vari possibili antecedenti (dal wit barocco alla casida araboandalusa all'haikai giapponese, eccetera), ma esse furono più che altro il frutto dello sfrontato estro modernista, tra kitsch e dada, unito al peculiare gusto dell’autore per il bric-à-brac, che gli scodellava il mondo come uno sterminato, visionario mercatino delle pulci, non di rado tendente più all’obitorio che al luna park. Ho curato due raccolte in italiano di queste battute di aforistica leggera dettate in alfabeto Morse, entrambe per la Biblioteca del Vascello, editrice romana coraggiosa e sfortunata i cui volumi si trovano ormai solo più per caso (vedi Bibliografia spagnola). Qui ne offro una carrellata da centellinare, con l’augurio che il lettore si ritrovi poi a inventarsene di sue, conquistato dal fascino senza pretese di questo festoso brusio di nuove congetture su quanto ci circonda.
tavola di Stefano Fabbri Se uno conosce troppo se stesso, smette di salutarsi. L’amore nasce dal desiderio improvviso di rendere eterno il passeggero. I cani ci mostrano la lingua come se ci avessero presi per il dottore. Il lettore - come la donna - ama di più chi più l’ha ingannata. Affacciandoci al fondo del pozzo ci facciamo un ritratto da naufraghi. Il sogno è un deposito d’oggetti smarriti. I laghi sono le pozzanghere rimaste dopo il Diluvio. Ci sono cieli sporchi in cui sembra siano stati sciacquati i pennelli di tutti gli acquarellisti del mondo. La polvere è piena di vecchi e dimenticati sternuti. La vestaglia da bagno rende frati le donne, ma depongono subito l’abito. Chi gioca a dadi sembra che getti in aria le ossa in sovrappiù. La matita scrive ombre di parole. Nulla torna, ma tutto si somiglia. Quando la donna chiede macedonia per due, perfeziona il peccato originale. Ci sono certe pastiglie di farmacia che ci curano, se non altro, dalla tristezza di aver perso tanti bottoni della biancheria intima. La bandiera sale su per l’asta come se fosse l’acrobata più agile del mondo.
I fiori muoiono in odore di santità. Il grillo misura le pulsazioni della notte. Sui fili del telegrafo rimangono, quando piove, delle lacrime che rendono tristi i telegrammi. La malinconia dei fiumi d'America è che sono così grandi che non possono avere ponti. Nei mantici che collegano i vagoni del treno si sente il tango del viaggio. L'importante non è avere o non avere dei microbi, ma che siano ammaestrati. Il primo bacio è un furto. Le farfalle le fanno gli angeli nelle ore d’ufficio. La rondine arriva da tanto lontano perché è freccia e arco contemporaneamente. Le galline si sistemano sulle stecche del pollaio come per assistere a una rappresentazione del "Don Giovanni" con il gallo nel ruolo di protagonista. Quel che dà più fastidio alle statue di marmo è che hanno sempre i piedi freddi. Il tram approfitta delle curve per piangere. Non abbiamo il giusto rispetto della nostra ombra, non pensiamo abbastanza a lei. Per rimediare a quest'ingiustizia, io la saluto, le parlo, e spesso esco appositamente per portarla a passeggio lungo il muro su cui spicca meglio. Preferisco le macchine da scrivere usate, perché hanno già esperienza e conoscono l’ortografia. Di ciò che si dice al buio rimane copia su carta carbone. Il cieco muove il suo bastone bianco come a misurare la temperatura dell'indifferenza umana. Quella donna mi ha guardato come si guarda un taxi libero. La lucertola è la spilla dei muretti. Giorno senza quotidiani: l'assassino esibizionista rimanda il delitto a dopodomani. Gabbiani: àncore delle navi che percorrono i cieli. Il divano è un letto senza capo né coda. Conferenza: il più lungo addio che si conosca. Le prime gocce del temporale scendono a vedere se c’è terra su cui atterrare. Il seggiolino del pianoforte è il cavatappi del concerto. Ci sono coppie sposate che si voltano la schiena dormendo perché uno non rubi all'altro i sogni ideali. Fine estate: depositi di moscerini morti sulle lampade dei treni. Gli occhi dei gatti stanno guardando attraverso il buco della serratura della stanza da letto del mistero. Quel che difende le donne è che pensano che tutti gli uomini siano uguali, mentre ciò che perde gli uomini è che credono che tutte le donne siano diverse. L'arancia, sotto il suo berretto d’oro, ha la testa bendata. Tutti i salami s’impiccano.
Ciò che più inorgoglisce la forchetta è battere uova, giacché è un favore extra che non rientra nei suoi doveri. La camicia stirata ci attende con le braccia in croce. L’elettricità fa parte del sistema nervoso di Dio. La medicina si offre di curare tra cent’anni quelli che stanno morendo adesso. Nei giorni di vento, i giunchi hanno lezione di scherma. La mezzaluna mette la notte tra parentesi. Era un tale moralista che perseguitava le congiunzioni copulative. Chi nelle stazioni si siede sulla propria valigia sembra un esiliato dal mondo. Le viti sono chiodi pettinati con la riga in mezzo. Un secondo è un secolo in miniatura. La donna si dipinge le unghie per avere dieci cuori a portata di mano. I libri sono gli unici che trattengono la polvere dei secoli: in senso materiale e spirituale. Una saponetta nuova è come la mano di una nuova fidanzata. Il fisarmonicista dipana il filo della musica con le due mani occupate dalla nera matassa. Gli armadi a specchio sono come confessionali che conoscono tutti i nostri calzini rammendati. Sulla carta vetrata c’è la mappa del deserto. Il suggeritore è l’eco prima della parola. L’unico ricordo retrospettivo che resta al giorno è quel rumorino che fa la sveglia quando passa per la stessa ora in cui ha suonato l'ultima volta. Vini di "riserva speciale" vuol dire che non diranno a nessuno come sono stati adulterati. La meridiana segna le ore col pugnale che uccide. Il cipresso è un pozzo che si è fatto albero. Quando la luna passa da un lato all'altro della strada, ci viene voglia di darle il braccio, aiutandola come un cieco. Il vento è maldestro: non sa chiudere una porta. I baci sono come i francobolli: ce n’è che s’attaccano e altri che non prendono. Un foglio di carta nel vento è come un uccello ferito a morte. Luna: cinematografo con vecchi film. Grazie alle gocce di rugiada il fiore ha occhi per vedere la bellezza del cielo. L’alfabeto è un nido da cui escono stormi e stormi di parole. Leggi e pensa, che per non pensare hai dei secoli.
Ho curato questo romanzo breve di "Ramón", scritto a metà degli anni ‘20 e ambientato in un’Africa immaginaria, per le edizioni Besa di Lecce nel 1995, con tavole di Stefano Fabbri. | ||
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