Emilia Pardo Bazán
RACCONTI DI GALIZIA

Prefazione di Danilo Manera / Traduzione di Chiara Tomeo
Viennepierre, Milano 2003

RACCONTI DI GALIZIA Emilia Pardo Bazán (La Coruña 1851 - Madrid 1921) è autrice di un'opera enorme per quantità e portata, composta da romanzi (tra cui quelli tradotti in italiano Signorotti di Galizia e Madre Natura, Rizzoli 1961 e 1967), saggi letterari, scritti femministi, articoli di cronaca e d'opinione, libri di viaggio, teatro e poesia. Il vertice della sua narrativa è costituito dalle molte centinaia di racconti, genere di cui fu maestra. In questo volume, prefato da Danilo Manera, docente di Letteratura spagnola contemporanea presso l'Università di Milano, sono raccolti quelli legati alla Galizia del passato, avvincente capolavoro del suo peculiare naturalismo. Sono storie che vanno ben oltre gli schizzi di costume, presentando un panorama umanissimo e drammatico, crudele e penetrante, pieno insieme di durezza e di vitalità, dove anche il degrado e la superstizione emanano un torbido fascino. CUENTOS DE LA GALICIA ANTIGUA La scrittrice - una delle massime figure intellettuali europee tra il XIX e il XX secolo - amò intensamente la sua terra, che percorse a piedi e a cavallo, con il sole e con la pioggia. Mentre le intricate e maestose coste galeghe portano ancora i segni deturpanti di un recente disastro ecologico, il lettore troverà qui storie indimenticabili di quell'antico regno atlantico nordoccidentale. Nella geografia della Pardo Bazán pulsa, raccontato con la dovizia plastica e spontanea dell'oralità, l'universo della Galizia in tutte le sue varianti: marinai e contadini, nobili e mercanti, emigranti e banditi, preti e mendicanti. Ecco così ataviche rivalità e incolmabili solitudini, tradizioni e leggende, castelli e capanne, transatlantici e attrezzi agricoli, oltre alla tipica contiguità galega tra il mondo dei morti e quello dei vivi. Rimangono impresse soprattutto le figure di donne: streghe e sante, balie e domestiche, virago e fate, fresche ragazzotte scure come pane di segale e pallide bellezze sventurate dalla chioma dorata, malinconiche vedove, anziane abbandonate, fanciulleche sognano dolci amori e raccolti abbondani, oppure sperano di rifugiarsi in un convento, trovare un tesoro nascosto o almeno comprare un bel paio di calze rosse.

IL VETRO ROTTO

Ci sono esseri umani migliori o forse soltanto diversi e persino incompatibili rispetto all'ambiente in cui si trovano a vivere. Uno di questi fu Goros Aguillán, protagonista della storia autentica e insignificante che mi hanno riferito in paese, dove ne parlano senza comprenderla né molto né poco, e cercandovi dunque le spiegazioni più assurde. Goros era il maggiore dei cinque o sei figli di un sagrestano contadino, pigro come una chiocciola e povero come un topo. Dal momento che in casa non c'era neanche l'odore di una monetina, né la voglia di guadagnarsela lavorando, ci si può immaginare in che stato di abbandono, miseria e sudiciume si trovassero la dimora e chi vi abitava. La casa degli Aguillán era una delle più spaziose e meglio costruite del villaggio, eppure l'incuria e la trascuratezza l'avevano trasformata in un ripugnante porcile. Da quando Goros - Gregorio - fu abbastanza grande per impugnare una scopa, da lui stesso fabbricata con un manico di ginestra spinosa e rametti di saggina, la domenica si dedicava, con l'ardore di una vocazione che sboccia, a spazzare, pulire, togliere ragnatele e lustrare tutto quanto come uno specchio. I vicini lo prendevano in giro, sua madre gli appioppò un soprannome…, ma lui continuava a spazzare, raddoppiando i suoi sforzi, sentendosi parte di un altro mondo, superiore e lontano dalla sua gente, dedito a una vita più nobile e raffinata, che non conosceva, ma che presentiva con una specie di intuizione, e della quale un solo indizio gli si era presentato davanti agli occhi: il palazzotto del signore locale, con i suoi ampi saloni silenziosi e solenni, e le finestre dai colori chiari. Goros pativa infatti una quotidiana tortura vedendo alla finestrella del bugigattolo, dove dormivano ammucchiati lui e altri quattro fratelli, un vetro rotto, di cui restavano solo alcune punte polverose e che era stato riparato con un foglio di carta bisunta, appiccicato con colla di amido. Se solo Goros avesse avuto denaro…! Ogni mattina, al risveglio, la vista di quel vetro penosamente rabberciato gli produceva sempre la stessa rabbia, ma non lo diceva. A che sarebbe servito? Suo padre gli avrebbe risposto che erano in quelle condizioni anche i vetri della canonica; sua madre, dal carattere più acceso, gli avrebbe mollato uno scappellotto; quanto ai fratellini, lo avrebbero guardato stupefatti: ruzzolavano felici nella sporcizia come le anatre e le galline nelle pozzanghere e nel fango dell'aia.
A quindici anni, Goros, mettendo in atto ciò che gli altri solo immaginavano, riuscì a intrufolarsi come clandestino su un transatlantico che partiva da Marineda diretto in America del Sud. Cominciava a costruirsi il suo mondo, fuggendo dal mondo immondo - chiaro che a lui non sarebbe venuto in mente il gioco di parole - in cui il destino lo aveva confinato. Fatto sta che, una volta persa di vista la costa, scorgendo risplendere in lontananza, come un tenue scintillio rosso che pian piano si spegneva, le balconate a vetri di Marineda, provò di colpo una profonda tristezza, una fitta al cuore, che era amore per quello che lasciava, detestandolo. Anomalia del nostro essere, spuma del mare di contraddizioni in cui nuotiamo!
Il sentimento di affetto per ciò che si era lasciato alle spalle si accentuò col tempo. Goros, dopo crudeli privazioni e lavori pesantissimi, cominciava a risalire la china. Appena poté poggiare i piedi su un terreno solido, si fece una posizione in fretta. La sua abilità nel commercio e il suo fiuto per il comfort moderno gli fecero guadagnare la stima dei suoi datori di lavoro. Entrò in società con loro e impresse all'attività un'impennata sorprendente. La ricchezza, che desiderava solo per togliersi certi sfizi di godimento dell'arte altrui - giacché un creatore lui non lo sarebbe mai stato -, affluì nelle sue mani. In quelle di un artista il denaro non s'accumula così facilmente! E Goros, una mattina, si svegliò nei panni di un quasi milionario, che può guardare il futuro attraverso finestre ampie, trasparenti, senza un filo di polvere...
Allora più che mai si ricordò della vecchia casa degli Aguillán, del brutto vetro rotto e tappato con carta bisunta, che il vento faceva dondolare e che un nugolo ronzante di mosche offuscava… Già in varie occasioni aveva inviato considerevoli somme di denaro per evitare il servizio di leva al fratello, per la grave malattia della madre, per il matrimonio della sorellina, che si era stabilita ad Areal aprendo un negozio. Era un continuo stillicidio: ogni lettera conteneva una supplica lacrimevole, affranta, un lamento per le ristrettezze. Goros decise che era giunto il momento di farsi avanti di propria iniziativa, senza aspettare che lo pregassero in ginocchio. Generosamente inviò ai familiari un bel gruzzolo, seimila pesos d'oro, affinché la casa di famiglia fosse subito riparata, restaurata, arredata e sistemata in modo decoroso. "Che siano messi alle finestre vetri belli e resistenti; che si cambi quello rotto, e che la domestica, perché è necessario che mia madre ne abbia una al suo servizio, li lavi di quando in quando. Mi raccomando, nei vetri sporchi cova il germe di mille malattie, vi avverto…" E Goros, che ormai era diventato don Gregorio, scritta questa lettera, provò una sensazione di benessere intima e dolce, immaginandosi come sarebbe diventata la decrepita dimora, prima tanto misera e oggi meraviglia del paese: pitturata, intonacata, con finestre che brillavano al sole, e un orto-giardino, coltivato da braccianti, senza che l'acciaccato padre dovesse piegare la schiena per smuovere le zolle...
Quando immagini come queste assalgono la mente, producono una tentazione irresistibile di andare a constatarle di persona. Dal momento che i viaggi erano sempre più facili e brevi e i suoi affari erano ben avviati, don Gregorio decise di presentarsi al paese natale di sorpresa (proposito fisso di tutti gli emigranti fortunati). Detto fatto. Sbarcò a Marineda, dove nessuno lo conosceva; affittò la prima carrozza che vide appena mise piede sul molo, vi caricò soltanto la sua magnifica sacca da viaggio e, con voce incrinata, ordinò: "A Santa Morna…" Lui stesso non avrebbe saputo esprimere ciò che gli pervadeva l' anima. Se fosse riuscito a piangere, si sarebbe sentito completamente felice. Più che alla famiglia, pensava alla casa, al domicilio. Che emozione trovare viva e ringiovanita la decrepita e triste dimora! E offriva una mancia al cocchiere perché volasse.
Alla vista del luogo tanto sognato, non credette ai propri occhi... Perché la fede ha questa rara caratteristica: crediamo a ciò che dovrebbe essere e dubitiamo dell'evidenza... La casa era lì, proprio lì, ma identica a come don Gregorio l'aveva lasciata partendo: lo stesso cumulo di sterco davanti alla porta, la stessa pozzanghera infetta che le piogge avevano riempito del fetido liquame del letamaio, le stesse porte tarlate e stinte, la stessa facciata di terra e ardesia, coperta di rampicanti… Santo cielo, com'era possibile?
Si precipitò dentro come un razzo... E invece di abbracciare, chiese spiegazioni. Il padre, tremante, quasi s'inginocchiava davanti a quel facoltoso signore, che era suo figlio.
"Sant' Amaro ci protegga!... Goros..., anima mia..., è andata così... Senza cattive intenzioni... Abbiamo comprato dei terreni, sia lodato l'Altissimo, con i soldi benedetti che hai mandato... La casa, per noi va bene così; che Dio ce ne riservi una uguale in cielo..."
"E puoi salire," aggiunse la madre in tono trionfale, "a vedere che abbiamo cambiato il vetro alla finestra, come hai ordinato..."
Don Gregorio si lanciò verso il suo bugigattolo, la povera stanza dove ancora aleggiavano i sogni dell'infanzia. Era vero: al posto del vetro rotto ne avevano messo uno nuovo, verdastro, macchiato di stucco. Don Gregorio non capiva cosa gli stesse succedendo, il turbamento che provava. Quel vetro! Quanto l'aveva guardato al risveglio, strizzando gli occhi al sole che vi rideva dentro, nonostante le macchie e la sporcizia, di cui non si ricordava più! Attraverso quel vetro rotto entravano l'aria fresca e il profumo della campagna, e persino le mosche lì sopra diventavano d'oro, e le sue schegge a volte addirittura sfolgoravano. Girandosi tristemente verso la madre, mormorò: "Per Dio! Togliete il vetro...!"
E nel paese di Santa Morna ancora non capiscono perché mai il ricco emigrante se ne sia andato così afflitto e avvilito, dal momento che sua madre, stando a quello che lei stessa ripete, lo aveva accontentato quasi in tutto.


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