Emilia Pardo Bazán (La Coruña 1851 - Madrid 1921) è autrice di un'opera
enorme per quantità e portata, composta da romanzi (tra cui quelli tradotti in italiano
Signorotti di Galizia e Madre Natura, Rizzoli 1961 e 1967), saggi letterari, scritti
femministi, articoli di cronaca e d'opinione, libri di viaggio, teatro e poesia.
Il vertice della sua narrativa è costituito dalle molte centinaia di racconti,
genere di cui fu maestra. In questo volume, prefato da Danilo Manera, docente di
Letteratura spagnola contemporanea presso l'Università di Milano, sono raccolti
quelli legati alla Galizia del passato, avvincente capolavoro del suo peculiare
naturalismo. Sono storie che vanno ben oltre gli schizzi di costume, presentando
un panorama umanissimo e drammatico, crudele e penetrante, pieno insieme di durezza
e di vitalità, dove anche il degrado e la superstizione emanano un torbido fascino.
La scrittrice - una delle massime figure intellettuali europee tra il XIX e il XX
secolo - amò intensamente la sua terra, che percorse a piedi e a cavallo, con il
sole e con la pioggia. Mentre le intricate e maestose coste galeghe portano ancora i
segni deturpanti di un recente disastro ecologico, il lettore troverà qui storie
indimenticabili di quell'antico regno atlantico nordoccidentale. Nella geografia
della Pardo Bazán pulsa, raccontato con la dovizia plastica e spontanea dell'oralità,
l'universo della Galizia in tutte le sue varianti: marinai e contadini, nobili e
mercanti, emigranti e banditi, preti e mendicanti. Ecco così ataviche rivalità e
incolmabili solitudini, tradizioni e leggende, castelli e capanne, transatlantici
e attrezzi agricoli, oltre alla tipica contiguità galega tra il mondo dei morti e
quello dei vivi. Rimangono impresse soprattutto le figure di donne: streghe e sante,
balie e domestiche, virago e fate, fresche ragazzotte scure come pane di segale e
pallide bellezze sventurate dalla chioma dorata, malinconiche vedove, anziane abbandonate,
fanciulleche sognano dolci amori e raccolti abbondani, oppure sperano di rifugiarsi
in un convento, trovare un tesoro nascosto o almeno comprare un bel paio di calze rosse.
IL VETRO ROTTO
Ci sono esseri umani migliori o forse soltanto diversi e persino
incompatibili rispetto all'ambiente in cui si trovano a vivere. Uno di questi fu Goros
Aguillán, protagonista della storia autentica e insignificante che mi hanno riferito in
paese, dove ne parlano senza comprenderla né molto né poco, e cercandovi dunque le
spiegazioni più assurde. Goros era il maggiore dei cinque o sei figli di un sagrestano
contadino, pigro come una chiocciola e povero come un topo. Dal momento che in casa non
c'era neanche l'odore di una monetina, né la voglia di guadagnarsela lavorando, ci si
può immaginare in che stato di abbandono, miseria e sudiciume si trovassero la dimora e
chi vi abitava. La casa degli Aguillán era una delle più spaziose e meglio costruite del
villaggio, eppure l'incuria e la trascuratezza l'avevano trasformata in un ripugnante
porcile. Da quando Goros - Gregorio - fu abbastanza grande per impugnare una scopa, da
lui stesso fabbricata con un manico di ginestra spinosa e rametti di saggina, la
domenica si dedicava, con l'ardore di una vocazione che sboccia, a spazzare, pulire,
togliere ragnatele e lustrare tutto quanto come uno specchio. I vicini lo prendevano
in giro, sua madre gli appioppò un soprannome…, ma lui continuava a spazzare,
raddoppiando i suoi sforzi, sentendosi parte di un altro mondo, superiore e lontano
dalla sua gente, dedito a una vita più nobile e raffinata, che non conosceva, ma che
presentiva con una specie di intuizione, e della quale un solo indizio gli si era
presentato davanti agli occhi: il palazzotto del signore locale, con i suoi ampi saloni
silenziosi e solenni, e le finestre dai colori chiari. Goros pativa infatti una quotidiana
tortura vedendo alla finestrella del bugigattolo, dove dormivano ammucchiati lui e altri
quattro fratelli, un vetro rotto, di cui restavano solo alcune punte polverose e che era
stato riparato con un foglio di carta bisunta, appiccicato con colla di amido. Se solo
Goros avesse avuto denaro…! Ogni mattina, al risveglio, la vista di quel vetro
penosamente rabberciato gli produceva sempre la stessa rabbia, ma non lo diceva.
A che sarebbe servito? Suo padre gli avrebbe risposto che erano in quelle condizioni
anche i vetri della canonica; sua madre, dal carattere più acceso, gli avrebbe mollato
uno scappellotto; quanto ai fratellini, lo avrebbero guardato stupefatti: ruzzolavano
felici nella sporcizia come le anatre e le galline nelle pozzanghere e nel fango dell'aia.
A quindici anni, Goros, mettendo in atto ciò che gli altri solo immaginavano, riuscì a
intrufolarsi come clandestino su un transatlantico che partiva da Marineda diretto in
America del Sud. Cominciava a costruirsi il suo mondo, fuggendo dal mondo immondo -
chiaro che a lui non sarebbe venuto in mente il gioco di parole - in cui il destino lo
aveva confinato. Fatto sta che, una volta persa di vista la costa, scorgendo risplendere
in lontananza, come un tenue scintillio rosso che pian piano si spegneva, le balconate a
vetri di Marineda, provò di colpo una profonda tristezza, una fitta al cuore, che era
amore per quello che lasciava, detestandolo. Anomalia del nostro essere, spuma del mare
di contraddizioni in cui nuotiamo!
Il sentimento di affetto per ciò che si era lasciato alle spalle si accentuò col tempo.
Goros, dopo crudeli privazioni e lavori pesantissimi, cominciava a risalire la china.
Appena poté poggiare i piedi su un terreno solido, si fece una posizione in fretta.
La sua abilità nel commercio e il suo fiuto per il comfort moderno gli fecero
guadagnare la stima dei suoi datori di lavoro. Entrò in società con loro e impresse
all'attività un'impennata sorprendente. La ricchezza, che desiderava solo per
togliersi certi sfizi di godimento dell'arte altrui - giacché un creatore lui
non lo sarebbe mai stato -, affluì nelle sue mani. In quelle di un artista il
denaro non s'accumula così facilmente! E Goros, una mattina, si svegliò nei
panni di un quasi milionario, che può guardare il futuro attraverso finestre
ampie, trasparenti, senza un filo di polvere...
Allora più che mai si ricordò della vecchia casa degli Aguillán, del brutto vetro
rotto e tappato con carta bisunta, che il vento faceva dondolare e che un nugolo
ronzante di mosche offuscava… Già in varie occasioni aveva inviato considerevoli
somme di denaro per evitare il servizio di leva al fratello, per la grave malattia
della madre, per il matrimonio della sorellina, che si era stabilita ad Areal aprendo
un negozio. Era un continuo stillicidio: ogni lettera conteneva una supplica lacrimevole,
affranta, un lamento per le ristrettezze. Goros decise che era giunto il momento di farsi
avanti di propria iniziativa, senza aspettare che lo pregassero in ginocchio.
Generosamente inviò ai familiari un bel gruzzolo, seimila pesos d'oro, affinché la casa
di famiglia fosse subito riparata, restaurata, arredata e sistemata in modo decoroso.
"Che siano messi alle finestre vetri belli e resistenti; che si cambi quello rotto, e
che la domestica, perché è necessario che mia madre ne abbia una al suo servizio, li
lavi di quando in quando. Mi raccomando, nei vetri sporchi cova il germe di mille
malattie, vi avverto…" E Goros, che ormai era diventato don Gregorio, scritta questa
lettera, provò una sensazione di benessere intima e dolce, immaginandosi come sarebbe
diventata la decrepita dimora, prima tanto misera e oggi meraviglia del paese:
pitturata, intonacata, con finestre che brillavano al sole, e un orto-giardino,
coltivato da braccianti, senza che l'acciaccato padre dovesse piegare la schiena
per smuovere le zolle...
Quando immagini come queste assalgono la mente, producono una tentazione irresistibile di
andare a constatarle di persona. Dal momento che i viaggi erano sempre più facili e brevi
e i suoi affari erano ben avviati, don Gregorio decise di presentarsi al paese natale di
sorpresa (proposito fisso di tutti gli emigranti fortunati). Detto fatto. Sbarcò a
Marineda, dove nessuno lo conosceva; affittò la prima carrozza che vide appena mise
piede sul molo, vi caricò soltanto la sua magnifica sacca da viaggio e, con voce
incrinata, ordinò: "A Santa Morna…" Lui stesso non avrebbe saputo esprimere ciò che
gli pervadeva l' anima. Se fosse riuscito a piangere, si sarebbe sentito completamente
felice. Più che alla famiglia, pensava alla casa, al domicilio. Che emozione trovare
viva e ringiovanita la decrepita e triste dimora! E offriva una mancia al cocchiere
perché volasse.
Alla vista del luogo tanto sognato, non credette ai propri occhi... Perché la fede
ha questa rara caratteristica: crediamo a ciò che dovrebbe essere e dubitiamo dell'evidenza...
La casa era lì, proprio lì, ma identica a come don Gregorio l'aveva lasciata partendo:
lo stesso cumulo di sterco davanti alla porta, la stessa pozzanghera infetta che le piogge
avevano riempito del fetido liquame del letamaio, le stesse porte tarlate e stinte, la
stessa facciata di terra e ardesia, coperta di rampicanti… Santo cielo, com'era possibile?
Si precipitò dentro come un razzo... E invece di abbracciare, chiese spiegazioni. Il padre,
tremante, quasi s'inginocchiava davanti a quel facoltoso signore, che era suo figlio.
"Sant' Amaro ci protegga!... Goros..., anima mia..., è andata così... Senza cattive intenzioni...
Abbiamo comprato dei terreni, sia lodato l'Altissimo, con i soldi benedetti che hai mandato...
La casa, per noi va bene così; che Dio ce ne riservi una uguale in cielo..."
"E puoi salire," aggiunse la madre in tono trionfale, "a vedere che abbiamo cambiato il vetro alla
finestra, come hai ordinato..."
Don Gregorio si lanciò verso il suo bugigattolo, la povera stanza dove ancora aleggiavano
i sogni dell'infanzia. Era vero: al posto del vetro rotto ne avevano messo uno nuovo,
verdastro, macchiato di stucco. Don Gregorio non capiva cosa gli stesse succedendo, il
turbamento che provava. Quel vetro! Quanto l'aveva guardato al risveglio, strizzando gli
occhi al sole che vi rideva dentro, nonostante le macchie e la sporcizia, di cui non si
ricordava più! Attraverso quel vetro rotto entravano l'aria fresca e il profumo della
campagna, e persino le mosche lì sopra diventavano d'oro, e le sue schegge a volte
addirittura sfolgoravano. Girandosi tristemente verso la madre, mormorò:
"Per Dio! Togliete il vetro...!"
E nel paese di Santa Morna ancora non capiscono perché mai il ricco emigrante se ne
sia andato così afflitto e avvilito, dal momento che sua madre, stando a quello che
lei stessa ripete, lo aveva accontentato quasi in tutto.