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Mikel Hernández Abaitua (Gasteiz, 1959) ha pubblicato due raccolte di racconti, Il regno dei pupazzi (1983) e Specchi (1985), da cui è tratto questo, e i romanzi Verrai con me? (1991) e Uova di Pasqua (1995). Due artisti del trapezio "... e gli idioti come me che lo leggeranno due volte di seguito" è quello che riflettono i suoi occhi mentre pensa a un'altra cosa. Le lampadine dello specchio del camerino formano una figura quadrangolare, una corona di luce tutt'attorno. E alza la testa. Dal libro allo specchio. Sente gli applausi dalla pista, la voce lontana del presentatore, la musica metallica dell'orchestrina. Non afferra quello che sta leggendo. Non lo capisce. La musica dell'orchestrina. Nello specchio, si distinguono molto chiaramente le rughe che gli circondano gli occhi. La frase con la relativa "gli idioti come me che lo leggeranno due volte di seguito" spicca tra le altre quando posa per la seconda volta lo sguardo sulla pagina. "Gli idioti come me", comprende ora al leggere con più attenzione. "Perché sì". "Gli idioti come me". Groto contrae le mani sul foglio di carta stampata. Si muove fiaccamente sulla sedia. Sente freddo. La densità dell'aria nel camerino si manifesta in ogni molecola, nelle sedie di legno, nel vecchio attaccapanni e anche negli altri oggetti: un naso posticcio da pulcinella, manifesti, un malconcio cestino della carta straccia. S'apre la porta e si sente una voce annoiata: "Forza, tocca a te". È Kent, il direttore di pista. Dopo tanti anni, quelle parole le porta incise nel cervello come un'appendice naturale. Guarda di nuovo lo specchio. Occhi marroni. "Gli idioti come me". Ricorda la snellezza giovanile del suo corpo, e anche quella di Rencuro. Ricorda i loro giochi da piccoli in mezzo ai trapezi: ci si dondolavano come si cullavano sugli alberi le ciliegie che tanto gli piaceva rubare. Non dovevano nemmeno andare a scuola.
No, perché eravamo bambini differenti, sempre in viaggio di paese in paese. Ti ricordi quel che provavamo quando ci capitava di vedere dei nostri coetanei che andavano mogi mogi a scuola? Tua madre non si preoccupava affatto della tua educazione. La mia sì, forse perché era figlia di una maestra. E come ci scocciavamo ogni volta che s'intestardiva a istruirci! Ti ricordi che tua madre diceva alla mia che ci lasciasse in pace, che l'importante era che scorrazzassimo liberi e imparassimo a destreggiarci a dovere col trapezio? Eppure quella smania giovanile di imparare l'arte è scomparsa da tempo. Ma devo continuare con questo lavoro, che potrei fare sennò? Non so fare altro. Ha chiuso di scatto la rilegatura rossa del libro. Si è alzato scostando la sedia, ma poi si è seduto di nuovo. L'armadio di legno di pino è aperto: all'interno si scorgono costumi multicolori da pagliaccio, e sul fondo delle cianfrusaglie in similoro. Gli occhi marroni restano inchiodati allo specchio. Anche se sei sempre stato una tipo pacifico, mi hai sempre invidiato. Guarda le mie mani. Come passa il tempo! Hai sempre voluto fare salti migliori dei miei, hai sempre voluto superarmi, e io ti sono venuto dietro come un cretino in questo stupido gioco. Un'ossessione. Non ne valeva la pena. Vivevamo solo per il trapezio e il resto non contava nulla. Riempivamo l'aria di corde e volteggi, e prendevamo il tempo per una grande sfera di cristallo inesistente. Ma com'era fragile, Rencuro! Perché non ti sei mai fermato a contemplare la bellezza racchiusa in quel dominio sull'aria? Perché quella corsa per labirinti aerei? Alla fine arrivai persino ad odiarti. Accende una sigaretta, benché sappia che non è consigliabile farlo pochi secondi prima del suo numero. Lo scatto dell'accendino, il biancore della sigaretta, il primo fumo col suo aspetto di viluppo di nylon. Distende la mano libera sul tavolo, sente sul suo braccio villoso la freschezza del vetro trasparente che lo ricopre, muove la mano verso il vaso di porcellana con una rosa solitaria. Lo svegliano i fischi del pubblico. La porta si è aperta e ascolta la voce di Kent. Non è seccata, ma preoccupata: "Perché tardi tanto, Groto? C'è qualcosa che non va?". Rencuro, perché lo hai fatto? Perché non hai saputo resistere all'invidia quando mi è riuscita quella variante inedita del salto mortale? Hai trasformato il trapezio in un'assurda gara contro di me, ti sei dimenticato che è un'arte. Non sopporto tutti questi ricordi. Mi sembra di vederti mentre fai stampare quei cartelloni per attirare la curiosità del pubblico, per annunciare la primizia del tuo numero sensazionale, per dimostrare che sei più bravo di me. "Il salto che ho provato di nascosto è molto meglio del tuo", mi hai detto pieno d'orgoglio. Non immaginavo fino a che punto era vero. Certo che era meglio il tuo salto mortale individuale. E com'eri contento vedendo tutto quel pubblico che aspettava in silenzio il tuo esercizio! Quella tua boria gioviale mi ha confuso. Hai ordinato di togliere la rete di sicurezza e, da lassù in alto, mi hai dedicato un sorriso di trionfo come se fossi un imperatore romano. Poi hai eseguito il salto mortale più bello che abbia visto in vita mia, assolutamente magistrale, con le piroette più eleganti prima dell'ultima figura, un magnifico Cristo... lanciato a capofitto verso il suolo. Mi hai battuto per sempre, era impossibile superarti, far qualcosa di più armonioso e ardito. È vero che non sei sopravvissuto. Ma di questo che t'importava? Non avrei mai potuto migliorare quel salto. Lo specchio della parete. La corona di luce che gli formano attorno le lampadine, riflesse sulla superficie di vetro del tavolo. Il vaso di porcellana. La rosa rossa. Un piccolo calendario fissato su un'intelaiatura di legno. Groto strappa il foglietto su cui si legge "23 febbraio" e lo appallottola con la mano sinistra. Oggi è il 23 febbraio, Rencuro. Sono già passati quattordici anni da quando l'hai fatto. Quattordici anni. Così in fretta e così adagio. Te ne rendi conto? Non lo sopporto più. Si alza in piedi. Lo stridio lamentoso della porta che si apre e si richiude. Il suono cadenzato dei passi sul pavimento di legno. Un mantello dorato sulle spalle di Groto. Il pubblico. Un inchino. I fari. Di nuovo il pubblico. Si toglie il mantello dorato e lo consegna a Kent. Infila la scala di corda per salire fino al trapezio. Sente un pò di sudore alle ascelle e sulla fronte. Forse è il prodotto del nervosismo e della paura mescolati. I fari. La musica metallica dell'orchestrina. Kent che guarda in alto. Groto arriva in cima e si siede sulla sbarra di ferro del trapezio. La macchia nera del pubblico. Quattordici anni fa. Te ne rendi conto, Rencuro? Che intervallo lunghissimo e brevissimo insieme! Il cerchio si è chiuso. "Gli idioti come me". "Togliete la rete di sicurezza", grida dall'alto. Quelli in basso restano perplessi. Non era in programma. "Vi ho detto di toglierla!" La musica dell'orchestrina si zittisce. Il rullo preciso del timpano. Si lancia a capofitto, formando la figura di un Cristo in croce, esegue il salto mortale di Rencuro e si schianta al suolo. Lo spavento del pubblico. L'isteria in quelle bocche urlanti. Kent corre tremando verso il corpo caduto e inerte. Il mantello dorato giace in mezzo alla pista. | |
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