Il romanzo C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo
(Feltrinelli 2002, traduzione di Gina Maneri) è diventato subito oggetto di culto in Colombia e fuori,
è il testo emblematico della sua generazione in America Latina: un romanzo ispido e dilaniato, sostenuto
dal ritmo del rock duro (non quello dei ritmi tropicali), bukowskianamente prodigo di colpi bassi
d'umorismo e disperazione, ma anche di strepitosi sussulti di comicità e tenerezza.
Il protagonista è uno che sbanda alla giornata tra Bogotá e la costa caraibica e si chiama fuori
da tutti i miseri miti imposti e gli incubi di una situazione limite come quella colombiana,
con una disordinata ed esplosiva fame di vivere. Ha il "cuore con i bordi affilati come la
scheggia di un'esplosione", sprezzante ma anche affettuoso. Racconta di sé e dei suoi amici,
delle loro sbornie e avventure amoroso-sessuali, delle loro liti, di quel che leggono e
ascoltano, dei loro sogni e dei video amatoriali che provano a realizzare. Inframmezzata c'è
una versione stupenda della della storia di due idoli della generazione di Rep: il bassista
dei Sex Pistols Sid Vicious e il suicida Kurt Cobain dei Nirvana.
L'autore Efraim Medina Reyes (classe 1964) si dichiara
"scrittore newyorkese nato a Cartagena" e dice che il romanzo è la traduzione di un originale
inglese. Niente caratterizzazione localista dunque (né folclorica né politico-sociale). La
vicenda potrebbe svolgersi ovunque. Efraim Medina è il rappresentante più ricco di talento
di una letteratura latinoamericana definitivamente post-post-boom, quella del nuovo millennio,
che si lascia alle spalle non solo i nonni con il nobel, ma anche i padri ultracinquantenni,
tutti ormai "pappagalli imbalsamati". Una generazione che non vuole emigrare, che volta le
spalle alle ragioni della politica come a quelle dell'economia, che soprattutto non vuole
essere fasulla. E che rifiuta di corrispondere alle aspettative dell'Europa sull'America
Latina, al nostro sguardo turistico-esotico. Per loro il realismo magico è la cenere di un
sogno. García Márquez e Vargas Llosa non gli dicono più nulla. Scrivere romanticamente di sicari,
narcotraffico, guerriglie e sensualità miste significa secondo loro sfruttare la miseria e
vendersi al mercato.
E questo libro è un CD inciso coi denti, fatto di sfoghi e fantasticherie, di incoercibile
chisciottismo controculturale e di religione dell'amicizia, di umorismo acido e risorgente poesia.
Il linguaggio è questo:
"Ci sono tre regole: 1. C'è sempre una vittima. 2. Cerca di non essere tu. 3. Non scordarti la seconda regola."
"Tutti possono fingere l'amore, ma l'odio è troppo reale. L'odio è come un figlio tarato, un pipistrello che vola di giorno."
"Il sesso non ha bisogno dell'amore, ma ci guadagna; l'amore ha bisogno di tutto il possibile e di qualche impossibile."
"L'ascia conficcata nel tronco si può vedere in due modi: la parte dell'ascia che si vede e l'altra. Una è l'amore e l'altra la morte. Ciascuno decide qual è la morte."
Per i lettori con gli organi interni in funzione, questo romanzo è la nuova grande sorpresa che arriva dall'America Latina, continente che per fortuna qui finalmente NON si riconosce.