José Jiménez Lozano

Lozano José Jiménez Lozano (Langa, 1930) vive ad Alcazarén, borgo di non molte anime presso Valladolid. Dopo aver preso parte come inviato al Concilio Vaticano II, è stato redattore e poi direttore di un giornale regionale di antica tradizione, "El Norte de Castilla". Rimasto a lungo appartato, un po’ per un carattere schivo che rifugge dai palcoscenici letterari e un po’ per la sua natura di cristiano eterodosso (e dunque sospetto, per una di queste due connotazioni, alle due culture, laicista e clericale, contrapposte nella Spagna franchista e postfranchista), ha al suo attivo un gran numero di titoli di vario genere, dalla poesia alla saggistica.

Come narratore, si interessa dapprima di alcuni momenti significativi della vicenda dei credenti e dei loro rapporti con la società e le istituzioni ecclesiastiche. Historia de un otoño (1971) è la visione romanzata del dramma religioso e umano dei giansenisti. El sambenito (1972) descrive i dubbi di coscienza — messi a tacere dalla paura della macchina repressiva — attorno al processo inquisitoriale contro il politico illuminista Pablo de Olavide nel 1778. Ben presto però la sua attenzione si rivolge al mondo rurale della natia Castiglia (quella di Lazarillo e di Santa Teresa, non certo la "culla dell’impero" dei re cattolici e dell’estetica falangista) e alla storia tragica di questo secolo. Nascono così romanzi dal taglio fortemente orale, scritti nel linguaggio caldo e corporeo della gente umile, La salamandra (1973), Duelo en la Casa Grande (1982), La boda de Ángela (1993), Teorema de Pitágoras (1995), Las sandalias de plata (1996), Los compañeros (1997), Ronda de noche (1998), Las señoras (1999) e Un hombre en la raya (2000), in cui si mescolano dolore e speranza, miseria e consolazione, risentimento e pietà. Sulle stesse linee si collocano le raccolte di racconti El santo de mayo (1976), El grano de maiz rojo (1988) e il ciclo Los grandes relatos (1991).

L’autore si avventura anche all’indietro nella reinvenzione storica fino alla Spagna del XIII sec., in cui le tre grandi religioni monoteiste ancora convivevano, e dà vita alla travagliata esistenza e all'insegnamento di un apocrifo Rabbi Isaac Ben Yehuda (Parábolas y circunloquios de Rabí Isaac Ben Yehuda, 1985) e arriva quindi a toccare con amorevole delicatezza, in El mudejarillo (1992), la biografia di Giovanni della Croce, mistico fondamentale nella sua riflessione teologica, accanto a Pascal, Spinoza, Kierkegaard e Simone Weil. Un rilievo particolare assume il prezioso romanzo Sara de Ur (1989; Biblioteca del Vascello, Roma 1993) che risponde al programmatico rifiuto delle "grandi narrazioni", col loro carattere mortifero e di potere e le loro pretese di verità totale ed esclusiva. Suggerita da un cenno della Bibbia allo sconcerto interiore di Sara di fronte al dio del marito Abramo e intessuta di leggende pregiudaiche e di ammirazione per l’arte e la civiltà del vicino oriente antico, quella raccontata nel libro è infatti una storia "piccola" e terrena, con personaggi incontrati dalla fantasia e dall’affetto al di fuori e al di là delle letture. La stessa grazia respira nei racconti di El cogedor de acianos (1993) e Un dedo en los labios (1996). Non è un caso che gli autori italiani più amati da Jiménez Lozano siano Verga, Ungaretti e Silone.

Lozano

Qui presento tre brevi racconti tradotti da Paola Gamberoni, tratti dal volume El cogedor de acianos (Il raccoglitore di fiordalisi, Anthropos, Barcellona 1993, pp.16-18 e 24-25) e pubblicati, per gentile concessione dell’autore, su "L’immaginazione" n.150 dell’ottobre 1998.



LA PIOGGIA

Aveva quel volto meraviglioso che hanno tutti loro: un volto che è solo uno sguardo e un sorriso interminabile, come quello delle statue o dei quadri. Parlava balbettando e come incespicando, ed era una ragazza molto ben sviluppata, benché magrolina. Portava i capelli raccolti in una gran coda o treccia, benché avesse già compiuto diciott’anni. Anche le scarpette che portava erano da bambina, e andava in giro a qualunque ora con un cestino in mano dicendo a tutti che si recava a scuola.

"Vado a lezione! Mi stia bene!" diceva.

E poi aggiungeva sempre, anche se era un afoso giorno d’agosto:

"Sembra che stia per piovere".

Perché la pioggia era quel che più le piaceva al mondo. Cosicché, quando pioveva, ammattiva dalla gioia di averci azzeccato e guardava più intensamente, e il suo sorriso si trasformava in una risata, a crepapelle. Ma quasi sottovoce, perché non smettesse di piovere.



LA CRISI

Accendevano la televisione giusto il tempo che durava il telegiornale per non consumare corrente; ma le notizie le dovevano sentire, perché lui era disoccupato già da quattro anni e non riceveva nessun sussidio da nessuno. Ed era già vicina l’età della pensione e poi la vecchiaia: come se la sarebbero cavata loro due?

Sua moglie era costretta a rimanere a letto, quasi bloccata dai reumatismi di cui soffriva praticamente fin da giovane, dall’epoca in cui era stata lavandaia, perché probabilmente se li era beccati con tutta quell’umidità. E mentre lui le faceva compagnia in silenzio o chiacchierando di qualcosa, lei di colpo diceva:

"Sono quasi le nove. Accendi la televisione, che vediamo che tempo farà e se è passata la crisi e ci sarà lavoro".

Ma la maggior parte dei giorni la televisione non diceva niente della crisi, se era finita o no; gli altri giorni quasi sempre diceva soltanto che il Governo e il Re e quelle persone lì erano molto preoccupati per via della disoccupazione.

"Ecco!" esclamava lei. "Lo vedi che non siamo solo noi?"

E così si consolavano un poco. Cenavano con quel poco che c’era, più rasserenati, e lui concludeva:

"Magari domani o dopodomani..."

E ringraziava il cielo di non ammalarsi con la crisi ancora in corso.



IL TRENO

Il controllore gli disse:

"O mi paga fino alla sua destinazione più il supplemento, o scende alla prossima stazione."

E l’ometto mal vestito, che stava mietendo nel villaggio dove era salito sul treno, si frugò in tutte le tasche, contò i soldi e rispose:

"Non ci arrivo."

"Allora scende," insistette il controllore.

"Sissignore."

Scese dal treno molto il fretta, e si allontanò rapidamente dalla stazione lungo un sentiero tra le stoppie. Camminò tutta la mattina e quasi tutto il pomeriggio e, all’imbrunire, arrivò al paese da dove lo avevano avvisato che sua madre stava morendo. Quando entrò in casa, gli dissero che era già morta da due ore.

Durante la veglia funebre, quella sera, e in seguito, poco prima della sepoltura, diceva a quelli che gli stavano vicino:

"Si sente il treno".

"Sì," rispondevano gli altri.

E il giorno dopo tornò al villaggio dove stava mietendo, ma a piedi, sebbene avesse ormai i soldi per andare in treno. Colse un mazzolino di papaveri e margherite, come quelli che faceva sua madre quando lui era bambino e poi, a tratti, si fermava un poco, come quando lei gli diceva di aspettarla, di non correre tanto.


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