LE LANGHE COL CANNOCCHIALE

Sono sempre stato appassionato di carte geografiche, fin da quando, bambino, fantasticavo sull'atlante scolastico; e ho notato che tutte le volte che mi capita di rimirare una mappa, cerco nel planisfero l'Europa, nel nostro continente l'Italia e a nordovest della penisola benedetta il nome di Alba e gli altri che compaiono tra le ombreggiature, tratteggi o isoipse indicanti le natie colline. Si sa che nelle carte dei secoli andati l'Europa era sproporzionata e il progredire delle conoscenze l'ha rimpicciolita sempre più fino a farne quel grazioso ghirigoro tra i possenti corpi degli altri continenti. Piace pensare che fosse anche un pò per l'attaccamento dei geografi alla propria terra: se a tracciare i profili delle coste era un veneziano, i possedimenti della Serenissima avevano un rilievo tutto particolare e magari più di un'isola ricordava la Giudecca; per un lusitano uno scalo del suo re in India e il paesino di montagna in cui sperava d'essere sepolto valevano quanto una sterminata steppa di tartari; e tutti erano pronti a incoronare i propri luoghi come centro del mondo. Ancora adesso che non ci sono più scuse e il mondo non ha né capo né coda, ma solo una variegata gerarchia di benestanti e miserrimi, tutti ugualmente intenti a ridurlo a un immondezzaio, ancora adesso può risultare una prova convincente, per chi volesse verificare dove affondano le proprie radici, considerare il nome che gli occhi cercano istintivamente sulle carte geografiche viste di sfuggita nel corridoio di un treno o alle pareti di un ufficio pubblico.
Su un aereo vidi una volta un turista rimanere pervicacemente ingrugnito e sprofondato in un giornale sportivo, del tutto indifferente ai richiami della moglie che scattava come una forsennata fotografie dal finestrino, finché il capitano non ci informò che stavamo sorvolando Genova. Bene, quel tizio che non aveva fatto caso ai notevoli panorami visibili lungo il tragitto si infervorò incredibilmente, spostò di peso la moglie e incollò il faccione all'oblò per guardare dall'alto quel che vedeva tutti i santi giorni dal basso, delirante di soddisfazione al riconoscere un quartiere (o forse lo stadio, come pensai maligno).

"Alba, nelle Langhe" è dunque la risposta che do tranquillamente a chi s'informa sulla mia provenienza. E, con l'abitudine, sopporto bene le associazioni enogastronomiche che l'affermazione suole evocare negli interlocutori. Quando poi torno e cammino per le sue strade, m'imbatto in luoghi che mi riportano mulinelli di ricordi: m'accade coi dintorni del Ginnasio-Liceo, quelle viuzze lastricate di ghiaccio in certi mattini d'inverno col cielo così basso che le torri stentavano a puntellarlo perché non cadesse sulla città; m'accade con la chiesa di Cristo Re, un orrore architettonico che all'epoca non mi disturbava, preso com'ero dalle mie sciocche ansie d'adolescente di provincia, tra oratorio e conati d'impegno, verbi greci e orchestrina rock; m'accade però soprattutto con dei particolari: un cancello tante volte scavalcato per tirare pietruzze a una finestra riuscendo il più delle volte a svegliare soltanto i cani del vicinato, una stradina dalle parti del cimitero in cui presi moltissima pioggia e qualche bacio, l'angolo in cui c'era un negozietto pieno d'oggetti straordinariamente disparati e di scarso richiamo, ma tenuti con estremo garbo da una vecchietta che legava ad ognuno, con filo colorato, un'etichettina recante il prezzo in lettere, scritto con una calligrafia da sillabario e seguito dalla parola "lire". C'era una lampada a petrolio che mi ripromettevo sempre di comprare, ma non feci in tempo, la vecchietta scomparve e la botteguccia fu chiusa. Dev'essere un difetto mio e non certo una caratteristica del paesaggio, ma anche con le splendide colline mi succede qualcosa di simile, e quando mi tocca descriverle a chi non le ha mai viste, finisco per parlare dei lillà accanto a un'osteria o d'un noccioleto in cui seppellii un giorno una latta contenente un mio tesoro. Non rammento in che consistesse il tesoro né dove si trovi il noccioleto, e non so quale delle due cose mi spiaccia di più. Per fortuna, si può sempre ricorrere, e non senza orgoglio, agli incanti pavesiani e fenogliani e lasciare che siano quelle voci sicure a raccontare le Langhe. Ho regalato i loro libri in varie lingue alle persone più diverse e non c'è amico che non me ne sia stato grato.
Quanto a me, adoro il profumo dell'erba appena falciata nella notte fresca delle alte colline. Ho cercato quel remoto aroma della mia infanzia su prati stranieri, senza trovarlo più uguale. E nel fracasso metropolitano ho capito quanto vale il suono d'un mandolino che passa dalle mani di mio padre a quelle di mio fratello, accompagnato da parole in dialetto.
Dovrei forse dire che sono stati i casi della vita a portarmi altrove, che le Langhe mi sono sempre mancate e solo lì mi sento veramente a casa. Ma non è così. A torto o a ragione, sentivo piuttosto la zavorra d'una certa chiusura e sono stato lieto d'andare a studiare e poi a insegnare nella dolce Toscana. Benché non si possa negare che i viluppi del destino imbrogliano sovente il nostro dubitoso arbitrio, certo non ho fatto mai nulla per tornare davvero. No: sono anch'io, umilissimamente, una scheggia di questa terra, e credo piuttosto d'essermela portata dentro, legata con lo spago.
Quello che semmai mi è veramente mancato sono gli occhi nocciola scuro d'una ragazza sempre allegra, i suoi capelli biondicci sparsi sull'erba giovane, a presagio per il grano sfavillante di scintille nella notte tiepida e odorosa d'inizio giugno, quando non sapevo se il battito che tanto amavo ascoltare era il suo cuore o quello della terra dov'eravamo nati.
Mi sono sì riapparsi quegli occhi in cui brillava una fiammella randagia, come lanterna di viandante che cammina solitario sul versante opposto d'un colle buio; e lei che seduta sul ciglio d'un viottolo, abbracciandosi le ginocchia e poggiandoci sopra il mento diceva "quand'è che andiamo al mare?", poi soffiava via un fuscello finito sulla spallina del suo vestito a fiori; e ancora lei, un giorno che si mise per scherzo un velo nero ricamato e sembrava avesse l'infinita età delle litanie, dei muretti a secco e del dolore.
Mi sono mancati spesso il tocco incredibilmente leggero della sua mano e una fisarmonica che imparavo allora a suonare e il brivido che spartii col grano notturno di quel giugno remoto, altalenato da refoli furtivi, agnelli smarriti dal gregge delle tempeste.
Ma credo che tutti al mondo conservino ricordi simili in qualche ripostiglio dell'anima. Non bastano a spiegare un legame. Io sono partito di mia volontà e non ho mai propriamente sentito nostalgia. Dev'essere soltanto l'incantesimo povero d'un affetto che magari nemmeno ci meritiamo, ma che, grazie al cielo, è duro a morire e ci chiama per nome.



Danilo Manera


Da Langhe. Memorie, testimonianze, racconti (Einaudi, Torino 1991, pp.192-196).
(foto di Bruno Murialdo - tel. 0173-363302)

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