Jairo Aníbal Niño (Moniquirá, 1941) è noto per il suo
lavoro in campo teatrale come attore, regista e drammaturgo (tra i suoi testi più rappresentati
: Il colpo di stato, Il monte calvo, Le nozze di latta o il ballo degli arcivescovi,
Gli inquilini dell'ira e Il sole sotterraneo). È anche poeta e sceneggiatore
cinematografico e ha pubblicato le raccolte di racconti Puro popolo (1977) e
Tutta la vita (1979).
Importantissima è soprattutto la sua produzione rivolta al pubblico infantile,
culminata nella prosa di Zoro (1977), che narra le fantastiche peripezie dell'omonimo
protagonista bambino tra la lussureggiante natura della selva, e nei versi di L'allegria di amare
(1986).
Il primo testo che presento, tratto dal volume Preguntario (edizione del 1998) suggerisce
la lezione che un figlioletto dà senza pensarci, con il solo fuoco d'artificio della proprio
fantasia, a un padre che si reputa scaltro, abile a cavarsela in un mondo di compravendite .
Nel secondo testo testo invece, un contastorie ci ricorda come anche l'arte più umile può
contrapporsi alla violenza del potere. Peccato che succeda solo in qualche favola.
Destrezza?
Quell'uomo era convinto che tutto si vendeva e che tutto si comprava.
Un giorno sua moglie gli diede un figlio e l'uomo aspettò con impazienza che il bambino
acquisisse la capacità di chiedere molte cose per provare la soddisfazione di insegnargli
a contrattare per ciascuno dei suoi capricci.
Quando il figlio ebbe l'etagrave; giusta, l'uomo lo invitò a sottoporgli l'elenco delle sue
esigenze. Il bambino chiese il sipario dei tramonti, la chiave del sole, un meteorite, il solletico
che sentirono alla bocca dello stomaco gli astronauti che scesero per la prima volta sulle praterie
della luna, il bosco degli abbracci, un corso di lingue per sapere cosa dicono ballando le code dei
cani, i ruscelli d'acqua che mormorano nei tronchi degli alberi e le parole fosforescenti che
cantano negli occhi dei gatti, la corrente elettrica generata dai baci, un mouse di computer che
gli insegnasse a evitare le trappole per topi delle risposte e lo guidasse invece sempre al
formaggio delle domande, e un po' del suono del mare con la possibilità di infilarlo
dentro una conchiglia.
L'uomo non seppe che fare perché quelle cose non erano in vendita da nessuna parte.
Sua moglie, allora, lo condusse per mano al negozio dell'infanzia.
Il Narratore
Il tiranno venne un giorno a sapere che tra le montagne viveva un formidabile contastorie e
ordinò al suo ministro della guerra di catturarlo.
I soldati lo acchiapparono mentre navigava su una zattera di giunchi odorosi in un lago color
della notte.
Lo condussero in catene al palazzo. Il despota osservò con minuziosa attenzione le sue
mani callose, la sua pelle brunita, le sue larghe e forti spalle. Quando lo guardò negli occhi,
l'autocrate si sentì turbato. In quello sguardo scoprì qualcosa di simile a un
nuotatore dorato e bronzeo nell'acqua della pupilla. Ordinò allora all'uomo che raccontasse
una storia. Il narratore, minacciato dalle guardie armate, disse con una voce dura da uomo di mare:
"Non si può raccontare nessun racconto quando si è incatenati".
Il tiranno fece un cenno con la testa e l'uomo fu liberato dai ferri.
"Racconterò una storia delle terre calde", annunciò il narratore.
Quando cominciò a parlare del viaggio di Fátima Montes e Pedro María Valiente
verso il posto dove cresceva il cespuglio dell'allegria, allo scopo di raccogliere i suoi semi e
spargere la sua musica e il suo aroma per ogni recesso della fangosa palude, il grande salone del
palazzo si trasformò in un luogo in cui scorreva un fiume navigabile e i presenti videro i
personaggi della favola viaggiare sotto un cielo d'aironi fino a giungere in un luogo dove
s'accamparono, nelle vicinanze di un boschetto d'alberi di guayaba, accanto a delle rosse e succose
pere, e s'inumidirono le labbra con la generosa dolcezza delle amarene.
Fátima e Pedro stesero una tovaglia bianca sull'erba e apparvero i fiocchi delle focaccine
di manioca e come una pioggia d'oro le palline delle uova dei pesci del fiume.
Dopo mangiato, Fátima cantò la romanza del povero che s'era innamorato di una
principessa molto ricca e molto bella.
Triste e adirato per il disprezzo e le crudeltà
della nobildonna, una notte in cui la luna si mutò nella pupilla di un cavallo magico,
il povero immerse il ritratto della principessa in un bicchiere di vino e se la bevve.
In quel preciso istante lei si liquefece nei suoi appartamenti del palazzo e dovette continuare a
navigare nelle viscere del povero per tutta la vita.
Quando terminò la melodia, nel salone sorse la pelle di fiore di Fátima Montes e
s'intravvidero i suoi occhi d'un nero incandescente, mentre serena e tranquilla si coricava
accanto al suo amante sulla sabbia del tropico.
Poi scese la notte sul fiume, cedendo il passo a un gigantesco giaguaro farfalla con fattezze
umane che avanzava verso la corrente per abbeverarsi. Il giaguaro restò inebetito a guardare
il corpo nudo della ragazza, sentì una pioggerella dolce suoi suoi occhi celesti e
stupefatto volle palpare il meraviglioso eccitamento che avvertiva per la prima volta nella parte
più oscura del petto. Con le sue unghie d'acciaio si fece un taglio profondo e, mentre sveniva,
il cuore insanguinato gli galoppava tra gli artigli.
Il despota, affascinato dall'abilità del narratore nel convertire in vita le parole e
spinto dalla sua grande cupidigia, esclamò:
"Adesso ti ordino di raccontare la storia delle miniere del re Salomone".
L'uomo disse:
"Non si può mai lasciare una narrazione a metà. Prima bisogna finire questo racconto".
Il tiranno sguainò la spada e grugnì:
"E va bene. Finiscilo. Ma alla svelta".
Il contastorie replicò:
"Lo concluderò e avrà un lieto fine".
Il narratore parlò allora delle battaglie che sostennero Fátima e Pedro contro le
colombe di vetro che cavano gli occhi agli uomini per alimentarsi con tutte le figure da essi
viste durante la vita, che se ne stanno acquattate nel centro della pupilla, e narrò l'incontro
con il fiore canterino e le interminabili notti d'attesa tenendosi ben stretti lungo tutto l'orlo
del mondo, fino al giorno in cui giunsero a un cascinale illuminato e lì, in un patio verdemare,
trovarono il cespuglio dell'allegria.
Il narratore lasciò che i suoi carcerieri, attratti dalla ingioiellata presenza del cespuglio
dell'allegria, entrassero poco a poco nel racconto. Quando si erano ormai addentrati per varie
miglia verso il centro del racconto, il contastorie esclamò: "Fátima Montes e Pedro
María Valiente raccolsero i semi che brillavano nelle loro mani come diamanti e non si resero
conto che i loro nemici stavano lentamente stringendo l'accerchiamento fatale. All'improvviso, da
uno dei semi scaturì una luce che andò crescendo fino a trasformarsi in in un tapiro
gigantesco che sprizzava fiamme dalla proboscide e che si scagliò, in difesa di Fátima
e Pedro, contro i loro avversari, distruggendoli".
Il contastorie scorse, in mezzo all'immensa nuvola di polvere del palazzo abbattuto, il tiranno e i
suoi sgherri carbonizzati e disse:
"Il racconto è finito".
Guardò il cielo stellato, sorrise e si mise in cammino verso le montagne.