| Rafael Sánchez Ferlosio | ||
Rafael Sánchez Ferlosio (nato a Roma da madre italiana e
padre spagnolo nel 1927) compare nelle storie letterarie soprattutto per il romanzo-modello del neorealismo
Industrias y andanzas de Alfanhuí (1951; trad. it. di Danilo Manera Imprese e vagabondaggi di Alfanhuí, Theoria, Roma 1991), andando controcorrente rispetto al neorealismo imperante, riprende antiche tradizioni picaresche e le rifonde secondo la lezione delle avanguardie (specie il surrealismo) e l'esempio delle greguerías di Ramón Gómez de la Serna. Precorre così, solitario, la fioritura di fantastico e realismo magico che, seguendo in buona misura l'esempio latinoamericano (ma con le due importantissime eccezioni locali del galego Alvaro Cunqueiro e del catalano Joan Perucho), prenderà il via dalla fine degli anni '60. Racconta la scoperta del mondo da parte di un bambino speciale, che, invece di adattarsi a un’educazione preconfezionata, costruisce da sé un proprio percorso di autoformazione, con l’aiuto determinante degli animali. Partito in cerca di conoscenza all’età di Lazarillo, Alfanhuí ha infatti il raro dono di saper entrare in comunicazione con l’armonioso disordine della natura. Trova il proprio maestro ideale in un eccentrico tassidermista e sperimenta la realtà volgare e burattinesca della metropoli come la vita lenta e magica nelle remote campagne. La delicata fantasia del libro poggia proprio sulla convinzione ferlosiana dell'impenetrabile alterità della natura, percepibile solo facendo tabula rasa d'ogni pregiudizio antropocentrico. È questo il percorso noetico di Alfanhuí, sia pure in un ambito che trascura volentieri i confini della verosimiglianza. Alfanhuí si annulla e si rende disponibile, da osservatore imparziale e ammirato. Se le peculiari leggi di coerenza del suo modo di stare al mondo danno a tratti alla narrazione un sapore da paleofantascienza, è la sua disponibilità a farsi raggiungere da ogni cosa che osserva a redimere in poesia il gusto per gli eventi minimi, i dettagli improbabili, le emozioni fuggitive sulla soglia oltre la quale l’infanzia, terra di nessuno che separa natura e civiltà, si perde per sempre. Emerge fin da queste pagine l’idea, centrale per Ferlosio, della non predeterminazione dell’uomo, della sua possibilità di farsi da sé. L’Alfanhuí si sgrana sotto forma d'una serie di quadri e vicende autonomi e insieme comunicanti grazie ai gesti, ai passi, allo sguardo dell'infaticabile protagonista. La storia non dà ragione del punto in cui inizia né del perché e dove finisce. Non si costruisce attorno a un fattore d'aspettativa, se non marginalmente, tanto che non perviene ad alcun reale scioglimento che renda meno interessante una seconda lettura. Non si trova nel libro alcun exemplum edificante, intenzione pedagogica o moraletta finale cui delegare il senso dei fatti narrati e verso cui orientare la libera interpretazione di chi legge. Scrittura in divenire, l'Alfanhuí chiede al lettore un analogo atteggiamento: il gusto per gli stormi di frasi coordinate, le sovrabbondanti precisazioni circa i colori (si contano oltre cinquanta sfumature) e le specie vegetali e animali (più di cento) o ancora per la mescolanza di riferimenti geografici precisi e dettagli concretissimi con slarghi poetici e collane di metafore; un pacifico e garbato spirito artigianale come quello del maestro; la disponibilità non già a giudicare e risolvere, bensì a esplorare una Castiglia favolosa e perduta con diafani occhi di bambino non offuscati dalla limitante e codarda educazione che gli adulti normalmente prevedono come lasciapassare per il mondo. Nel racconto El escudo de Jotan (1983) Ferlosio mette in scena la brutalità del potere che non lascia scampo a chi non si piega al suo stesso livello di ingiustizia. È un funesto apologo tutto percorso dal riso, da quello ripugnante del finto condannato a morte a quello benigno dell'imperatore davanti all'esecuzione, da quello incontenibile dei khotanesi che si credono in salvo con l'inganno a quello sarcastico del potere trionfante. In El testimonio de Yarfoz (1986; trad. it. La testimonianza di Yarfoz, Biblioteca del Vascello, Roma 1996), Ferlosio si presenta come editore di una grande opera storiografica sulla guerre combattute nel bacino del fiume Barcial, dalla quale estrapola un documento: la "deposizione" che, seguendo un’antica usanza, compone affinché sia letta dopo la sua morte l’esperto d’idraulica Yarfoz, collaboratore e amico del principe ereditario dei Grágidi, Nébride. Yarfoz vuole che si conosca la verità sulla vita del principe da quando - amareggiato per un atto di proditoria violenza del padre e dello zio, che hanno ucciso a tradimento il re dei vicini Atánidi - si autoimpone l’esilio tra i popoli della regione, fino al momento in cui suo figlio Sorfos deciderà di tornare in patria a recuperare il trono. La parabola che disegna la figura del principe Nébride, "colui che non tornerà mai", è quella d’un’esistenza che non si proietta verso alcun obiettivo prefissato, anzi, si nega a incidere sulla storia compiendo un destino che lo vorrebbe re guerriero. La vicenda è ambientata in un’epoca incerta, tra antichità e medioevo, con sistemi di misurazione e calendario propri, in mezzo a popolazioni dai nomi ariosteschi o simili a quelli delle tribù celtibere. La narrazione procede lenta, con splendide storie intercalate alla maniera cervantina, soffermandosi puntigliosa su questioni giuridiche, belliche, storiografiche, d’idraulica, agrimensura, linguistica, ingegneria, pubblica amministrazione, economia che ne manifestano la natura di parabola sulla civiltà: l’etica, la dignità prevalgono nel mondo di Yarfoz e Nébride, perché il dialogo e la ragionevolezza vi sono ancora possibili e autentici.
Il pensiero ferlosiano è radicalmente laico, rivolto alla dimensione pubblica e recalcitrante nei confronti dei pregiudizi imposti, dei modelli prefabbricati (gnoseologici, pedagogici, politici e giuridici) e di ogni forma di predestinazione, fatalismo, determinismo o manicheismo. Tra i bersagli polemici più frequenti dei suoi saggi e articoli ci sono dunque il culto del Progresso cui vengono assoggettate singole e irripetibili vite umane, i sordidi furori d’autoaffermazione e d’egemonia che covano nella superbia delle armi e nell'onore delle bandiere, il "totalitarismo diacronico" delle concezioni universalistiche della Storia in cui la violenza del dominio assurge a legittimazione, gli stravolgimenti ritualizzati del giornalismo, lo sport competitivo e dunque non più gioco lietamente ozioso, l'opinione di massa più sensibile agli scandali che agli abusi, la televisione istupidente e fagocitata dalla pubblicità, il principio liberal-capitalista della non responsabilità del fabbricante rispetto al prodotto con la conseguente indifferenza e innocenza delle merci, il vicolo cieco dei dilemmi, la Giustizia giustiziera che prefigura e persegue la punizione ad ogni costo e, in modo particolarmente duro, il pragmatismo, che trasforma la resa in capacità di salire sul carro del vincitore e permette all'abiezione di pavoneggiarsi come virtù e raziocinio, condannando ogni indocile orgoglio nei confronti della realtà e ogni sentimento di vergogna e disonore per il fatto di doverla sopportare. Quest'uomo timido che si professa pigro, insieme indulgente e intransigente, ha una straordinaria capacità di captare in una frase fatta, in un'espressione apparentemente innocua o in un luogo comune le manifestazioni verbali dell'ideologia vigente, sa trasformare percezioni fortuite in barlumi di conoscenza categoriale e far interagire le abilità e terminologie più disparate, la vividezza del concreto con la trasparenza dell'astratto. Il suo ragionare prende le mosse da una contrarietà, un'opposizione, un fastidio per quel che si dice e procede, con modi resi forensi dallo scrupolo di completezza e agitati dal vento dell'indignazione, nell'ansia di restituire alla parola la sua lealtà e dignità. Perché a suo intendere la parola, nata per essere dolce e umano tramite di finzione-rappresentazione, e pertanto "salute della ragione", è divenuta fallace e ingannevole quando è stata eretta ad annunciatrice di verità, quindi strumento d'oppressione e affetta dal morbo del fanatismo. Rafael Sánchez Ferlosio travolge comodi rifugi ideologici e non offre alcuna consolazione illusoria alla sofferente e fragorosa desolazione del mondo. Propone il coraggio dell'ombra ("malaugurio" è per lui un'espressione ridondante, perché solo il male, in quanto derivato dai fatti ossia inerzia della necessità, può essere profetizzato, mentre il bene, essendo opera di deliberazione e libertà, sfugge a ogni possibile vaticinio) ed elogia l'antipatia, intesa come resistenza a simulare in modo ignobile lo splendore di una vita autenticamente sociale - in cui si riconosca al prossimo la sua condizione di soggetto, cioè fine a se stesso - che non c'è né forse c'è mai stata, ma che non per questo si smette di desiderare. Non mira a conclusioni inoppugnabili e anzi considera la perplessità e la lacerazione sintomi di vitalità etica. L'impulso cui obbedisce è quello a mettersi in viaggio, senza temere intemperie e disastri, col bagaglio di un bene sempre più raro: il libero arbitrio. Qui di seguito offro un rapidissimo assaggio dei suoi "relitti". Natura e civiltà... ma, ditemi, cos'è più naturale: un leone che insegue un'antilope nel Parco Nazionale del Tanganika o un gatto che insegue un topo alla luce dei lampioni lungo l'interminabile muro del mattatoio? È una vera novità solo ciò che corre gravissimo pericolo di passare inavvertito. Per questo Erode, che ha una certa esperienza in materia, estende quotidianamente alla totalità dei censiti il suo ordine di decapitazione. Lo strumento dell'esecuzione è il giornale. Non deve sorprendere che lo stato d'animo in cui mi mette il mattino sia, ogni giorno più decisamente, quello di correre subito a presentare le mie irrevocabili dimissioni. Ma non posso prendermi questa soddisfazione, perché non esiste un organismo idoneo a ricevere dimissioni come le mie. Tutte le pistole sono giocattolo; le più care sono così ben imitate che uccidono perfino. (Morale di perfezione e morale d'identità.) Secondo la morale di perfezione, il movimento della bontà cambia il soggetto e in ognuna delle sue opere lo fa essere altro, nuovo, migliore e differente ogni volta. Essere buono significherà quindi smettere di somigliare a se stesso, almeno un poco ogni giorno. Di conseguenza, già il mero continuare ad essere identico a se stesso è essere peggiore di se stesso. E compiacersi di questo, è abiezione. Quando l'azione è diventata inerzia e abitudine, solo più l'omissione è resistenza, determinazione e libertà. L'albereta nel catasto, l'amore nel matrimonio, l'offesa nella sentenza. Cose rotonde ficcate in recipienti quadrati! (Televisione.) La simpatia è una variante ilare, artificiosa, adulatrice, impudica, aggressiva e fatua della maleducazione. La voce più misera diventa sempre la più autoritaria: non riuscendo ad essere compresa, deve rassegnarsi ad essere solo obbedita. Ahimè!, le date se ne stanno in agguato nel calendario come gatti accanto alle tane dei topi, pronte ad uccidere i giorni appena fanno capolino. Che iniziativa gentile da parte di qualcuno dei grandi organismi internazionali sarebbe quella di dichiarare un giorno senza data! Ma quanto tenebrosamente sospetto, non so se per il calendario o addirittura per il tempo stesso, risulta il fatto che tale decisione suggerirebbe immediatamente l'idea di un indulto! (Cedimento.) I democratici, abbagliati dal considerare una grande conquista politica il voto segreto, restano ciechi davanti all'evidenza che la sconfitta e la tragedia sussistono e si manifestano proprio nel fatto che debba essere tale. Sarebbe realmente pubblica solo una impune e orgogliosa mano alzata. Quando l'umorismo diventa un genere significa che ha deciso di separarsi rispettosamente dalle cose serie, affinché queste possano esercitare senza imbarazzo la loro petulante tirannia. Quindi, la pretesa ribellione dell'umorismo contro le cose serie risulta piuttosto un patto segreto di complicità. (Sentimento e convinzione.) " Certo io piangea, poggiato ad un de' rocchi / del duro scoglio, sì che la mia scorta / mi disse: "Ancor se' tu delli altri sciocchi? / Qui vive la pietà, quand'è ben morta: / chi è più scellerato di colui / che al giudicio divin passïon porta?" " (La Divina Commedia, Inf. XX, 25-30). È un errore pensare che occorrano pessimi sentimenti per accettare o perpetrare le cose più orrende; basta il convincimento d'avere ragione. Anzi, forse mai il sentimento ha saputo essere tanto inumano come può arrivare ad essere la convinzione. Così, solo la stolta e obbligatoria convinzione che Dio ha sempre ragione può far sì che gli uomini accettino idee mostruose come quella dell'inferno. Provando pena nonostante il verdetto divino, Dante ci conferma, suo malgrado, che gli uomini sono, comunque, sempre migliori delle loro convinzioni, ossia dei loro dèi. Non guadagniamo nulla dal fatto che niente s'erediti e niente si contagi, se tutto si imita. Lo sviluppo dell'eugenica e della profilassi viene neutralizzato e sorpassato dalla terribile auge della mimesi. Il presente si mette nelle mani del futuro come una vedova ignorante e fiduciosa si mette nelle mani di un assicuratore astuto e disonesto. (Per speculum et in enigmate.) Tutto mi appare ormai così immaginario, che non può perdere nulla essendo finto, come nulla può guadagnare essendo reale. | ||
|
Home | Danilo Manera | Spagna | Cuba | Canarie | Bulgaria | Langhe Paese Basco | Colombia | Amazzonia | Santo Domingo | Cile | Galizia | Umorismo | ||