ÁLVARO CUNQUEIRO

(Mondoñedo 1911 - Vigo 1981) è il più importante scrittore novecentesco della Galizia di Spagna: narratore d'inesauribile fantasia, delicato poeta e atipico giornalista. In Italia sono stati pubblicati i suoi romanzi Cronache di un maestro di coro (Jaca Book, Milano 1983), Se il vecchio Sinbad tornasse alle isole... (Marietti, Genova 1989), Vita e fughe di Fanto Fantini (Biblioteca del Vascello, Roma 1995) e le raccolte di racconti Ballata delle dame del tempo passato (Biblioteca del Vascello, Roma 1994) e Ritrovo di farmacie prodigiose (Biblioteca del Vascello, Roma 1994). Il libro più recente da me curato di quest'autore è L'arte di camminare (Besa, Lecce 1997), che contiene una ventina diracconti di viaggi improbabili e paesi inventati, dall'Irlanda delle fate al favoloso Oriente, in mezzo ad angeli, demoni, maghi, eroi leggendari e isole sommerse. Sono divagazioni giocose e piene di poesia e saggezza in cui il mito si umanizza e la cultura libresca diventa piacere. Ne risulta un ironico e appassionato manuale per camminare con l'immaginazione attraverso il tempo, lo spazio e l'anima. Qui di seguito ne offro uno a mo' d'esempio, nella traduzione di Simona Geroldi (ricordando che il copyright è degli eredi dell'autore, della traduttrice e dell'editore e dunque ne è proibita la riproduzione).


"Qualcuno canta a chittor" di Álvaro Cunqueiro
L'arte di camminare

C'era in India una città circondata da mura. Di lei si diceva che coronava la collina su cui era costruita come un elmo rosso cinge la testa di un guerriero. La collina era stata cosparsa di sale e cenere perché non vi crescesse nemmeno un filo d'erba. Ma ai suoi piedi scorreva un fiume dalle acque azzurre, un fiume che scendeva cantando dalle montagne più alte del mondo e sulla sua sponda sì che c'erano alberi e alte erbe, pascoli per i bufali e risaie. La collina si chiamava Chittor, la città della muraglia Chittorgarh e il fiume Gambhiri. A Chittorgarh vivevano gli irascibili guerrieri luhar, avvolti in grandi mantelli azzurri, armati di lunghe lance, agili nella selva come la tigre o il serpente. Chi attraversava il fiume Gambhiri doveva pagare, con la borsa o la vita, o con entrambe, un pedaggio ai luhar. Ogni luhargi era un re e ogni guerriero, in sella al suo piccolo cavallo afgano, era una parte del vento che soffiava sull'immensa pianura... Ma a Delhi stava seduto su un trono simile alla coda di un pavone un imperatore mogol, AkhbarKhan, sovrano crudele e pacifico allo stesso tempo, per il quale mille architetti avevano eretto palazzi affinché il gran monarca delle trombe d'oro potesse studiare la profonda scienza degli echi.
Tutti i giorni gli arrivavano notizie delle cruente scorrerie dei luhar, e un giorno i luhar rubarono dodici coppe di giada verde piene di tè d'autunno che l'Imperatore della Cina aveva mandato a suo cugino il Gran Mogol dell'antica Delhi. Akhbar Khan si fece arricciare i capelli; su questo punto mi attengo a Tavernier, e con Tavernier viaggiava uno del mio paese, Seijas Lobera, turcimanno del levante, ammiraglio nel mare australe magellaneo, corsaro del re cattolico, corrispondente di Newton e di Gipsy, quello della palingenesi, e membro della Reale Accademia delle Scienze di Parigi. Tavernier spiega cosa facevano i khan di Delhi quando partivano per la guerra: innanzitutto s'arricciavano i capelli. Subito dopo gli portavano davanti un giovane elefante e di fronte a quel simbolo di lunga vita e di infallibile memoria, il khan giurava di compiere queste e quelle imprese. Dopo l'arricciatura dei capelli e il giuramento, il re mogol faceva un bagno in tre oli diversi: di noce, di palma e di cocco, poi si profumava e passava tre settimane a consultare oracoli e ascoltare astrologi e, durante quei giorni mantici, toccava solo oggetti di ferro. Se le stelle e i presagi erano propizi, il Gran Mogol, con sette tuniche dalmatiche, partiva per la guerra. Così Akhbar Khan arrivò davanti alla collina chiamata Chittor e la assediò per un anno sotto il sole, sotto le grandi piogge e un'altra volta sotto il sole e quando il Gambhiri dalle acque azzurre rimase in secca i luhar si consegnarono alla clemenza del Gran Mogol.

Il Gran Mogol, contrariamente a quanto si pensava, non ordinò di sgozzare i luhar. Fece sedere iguerrieri sconfitti sulla collina deserta e impose loro cinque divieti che i guerrieri accettarono pronunciando una sacra e solenne promessa secondo il rituale che creava,conservava e differenziava le caste e le sottocaste in India. (Molte caste nascono per esclusione, iscrizione a un mestiere, a un'arte o a un lavoro e, generalmente, la casta così nata promette, nel caso di ascrizione per punizione, di attenersi alle proibizioni, le quali diventano quindi "volontarie", a guisa di voti religiosi; in tal modo, secondo Kane, si otteneva "che una casta si autocontrollasse per evitare il sacrilegio e lo spergiuro, peccato destinato a ricadere su tutta la casta, che sarebbe stata punita nella sua totalità per una sola violazione individuale"). I luhar, davanti al khan, accettarono di non allontanarsi dalle strade, di non salire mai più a Chittorgarh, di non attraversare il fiume Gambhiri, di non costruire case durature, di non attingere acqua ai pozzi e di non cantare.Ruppero sulle ginocchia le lance di bambù i luhar sconfitti, sotterrarono i morti e si incamminarono sotto una luna enorme e gialla... Sono passati quattrocento anni da quel giorno.

Adesso, in virtù della legislazione del Congresso indiano sulle caste, il Pandit Nehru è andato a Chittor e ha ricevuto sulla porta di Chittorgarh i tremila guerrieri discendenti degli antichi Gadulia Luhar che ancora percorrevano le strade senza allontanarsene; ha annullato i divieti di Akhbar Khan e i luhar hanno ritirato le sacre promesse e sono entrati nella fortezza con le loro lance nuove, hanno attraversato il fiume in barca e coicarri, hanno bevuto l'acqua dei pozzi, hanno messo il primo mattone di una casa a Chittor e uno di loro ha cantato una canzone, una canzone d'amore e di guerra, la stessa che quattrocento anni prima cantava ogni luhargi che partiva in cerca di battaglia e di bottino... Tra tutte le proibizioni e promesse, credo che la più dura da mantenere sia stata quella di non cantare. Provare amore e non cantare. Sentire gli uccelli che cantano e non cantare. Sentire la gente che canta per strada e non unirsi al canto. Tenere in braccio un bambino appena nato e non potergli cantare, madre, una ninna nanna. Che labbra buie con quattrocento anni senza canzoni! Se ho raccontato la storia dei luhar, di cui si parla in questi giorni sui giornali, è solo per questa ragione: perché dopo quattrocento anni di sete, di sete di canzoni che forse è ancora peggio della sete d'acqua, qualcuno canta a Chittor... Non c'è mai stato un re più crudele di Akhbar Khan, il Gran Mogol di Delhi.


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